XXVII

Alto così gridava, e tra' bei lampi Del fiammeggiante scudo ei si rivolta Là, 've nel pian dei sanguinosi campi L'aspra turba de' Turchi era più folta; Nè meno a quel suo dir sembra ch'avvampi D'ira ogni cavalier, ch'ivi l'ascolta, Onde al suon de l'acciar che si percote Rimbombano le piaggie indi remote.

XXVIII

Tal s'a far nave, che l'Egeo spumoso Deggia sprezzar ne le tempeste oscure, Vanno boschier su l'Apennin selvoso Intenti ad atterrar piante più dure, Allor mentre su' gioghi il bosco ombroso Geme al ferir de l'arrotata scure, Alto muggito dan l'alpestri sponde, Ed eccheggiando ogni antro alto risponde.

XXIX

In altra parte, ove con forte acciaro Tronca Bostange de' Cristian la vita, Sen van duo cavalieri a paro a paro, Col cor superbo e con la destra ardita; Un colse l'aura, e 'l primo sguardo al chiaro Sole egli aperse, e fe' nel mondo uscita La, 've guarda del mar l'alta riviera Cinta d'ameni colli Udine altiera.

XXX

La schiatta, onde chiarissimo discende È Colloreto, e non sì tosto crebbe In gioventù, che per le balze orrende Orrende belve a sgomentare egli ebbe; Ma giunto al colmo, ove l'etate ascende, La finta guerra al fiero spirto increbbe, E dando pace a' boschi alpestri ed alti Ornò sue glorie di veraci assalti.

XXXI

Sacrossi in Rodi, e su spalmate prore Tutte de l'Asia sbigottì le rive, E de' fieri ladron domo il furore, Mille lor vele già menò captive; Or quì col brando in pugno al suo valore Termine per timor non si prescrive, Intrepido di core, altier d'aspetto, E bianco i crin Timoleon fu detto.