XXXII
Fulvio con lui ne la stagion sì rea S'aggiunse pronto nei perigli illustri, Nobile cavalier, ch'allor correa Lo spazio giovenil di sette lustri; Leggier sul piè, forte di man spargea Di rose ambe le guancie e di ligustri, E di lucido pel, vago ornamento, Quasi di nube d'or, fasciava il mento.
XXXIII
In riva a l'Oglio comandava il padre Bozolo lieto, di magion Gonzaga, Magion, che nel sudor d'opre leggiadre Stancar le membra, ed i pensier s'appaga; Fu Colonnese infra Latin la madre, Gente d'imperii e di vittorie vaga, E forte ei s'affrettava a' pregi eterni Sferzato il fianco da gli onor paterni.
XXXIV
Gridava ferocissimo in sembianza: O Cavalier, l'umana vita è frale, Ed in conviti ed in piacevol danza Ed in ozio d'amor pur batte l'ale; Or se morir convien, ch'altro n'avanza, Salvo con la virtù farsi immortale? Sì dicendo, fra' Turchi oltra si spigne, Nè men Timoleon la spada tigne.
XXXV
Come talor scagliosi il curvo dorso A salto, a salto se ne van delfini Terror portando col terribil morso Entro i minuti eserciti marini, Tal per diversa via volgendo il corso Sen van quei duo baron tra' Saracini Pur con le spade in man facendo audaci Il già perduto cor dei lor seguaci.
XXXVI
Ma là dove del mar trascorre al lito L'aspro torrente infra l'arene e i sassi, D'asta crudel la destra man ferito, Gualtier Vitelli avea fermato i passi, E benchè sperto e ne i perigli ardito, Con fronte oscura e tutto grave ei stassi Perch'al suo campo da' nemici oppresso Più soccorso prestar non gli è concesso.