XXXVII

Ivi seco vicin prende riposo, Ambe le gambe stranamente offeso, Alderan Cibo, e pur sen sta doglioso Che gli han le piaghe il guerreggiar conteso. Entrambi udian volar grido orgoglioso Da i Turchi petti, e da timor sorpreso Vedeano il campo Rodïan sfidarsi, Onde i lor volti di pietà son sparsi.

XXXVIII

Qual ricco montanar quando matura Già splende l'uva, onde gioire ha speme, Se trabocca da ciel tempesta oscura, Ei che schermire non la può, ne geme; Ah che mal da le grandini sicura Fia la vendemmia; ah che co' venti insieme Le belle frutte in sul terreno andranno, E la speranza perirà de l'anno:

XXXIX

Sì fatti in rimirar feansi i guerrieri Mal atti in guerra a maneggiare acciaro; Alfin disse al compagno il buon Gualtieri: O de' grandi avi tuoi germe più chiaro, Sì come il corso de gli uman pensieri Erri qua giuso io nuovamente imparo, Ed oggi fassi la mia mente esperta, Che mortal vita è di suo stato incerta.

XL

Prencipe quì fra noi d'alta memoria, Con armi eccelse jeri AMEDEO sen venne, E la spada vibrò con tanta gloria, Che 'l campo d'Ottoman poco il sostenne; Ma nel presente dì l'alta vittoria Non ci mantien, di che speranza dienne; E pur s'oggi per noi langue sua mano, Quanto jer si vinse, sarà vinto in vano.

XLI

Dunque fia ver, che miserabil vegna Di Rodi il nome? e ch'Ottoman calpesti A suo pieno voler la nostra insegna? E l'ordine di noi tanto funesti? E che per me ne la miseria indegna Un avversario sol non si molesti? E perchè de' nemici alcun non cada, Divietato mi sia stringer la spada?