XLII
Ah non la destra man dianzi ferita M'avesse stral ne la battaglia rea, Ma m'avesse quadrel tolta la vita. Ei così d'ira e di dolor fremea; L'altro buon cavalier poscia ch'udita Ha l'amica querela a dir prendea, Consolando in Gualtier gli aspri tormenti Con magnanimo suon di dolci accenti:
XLIII
Veggo il risco mortal; Marte travaglia Con estremo rigor le nostre schiere, E mal sostiensi omai tanta battaglia Con la forza de i duci e col sapere; Io non l'oso negar, ma non ten caglia, Lo scettro Rodian non può cadere Poscia che contra il Turco, e l'armi infide Eroe sì glorioso il Ciel provvide.
XLIV
L'altissimo Signor, che 'n ciel governa, Tal volta abbassa la mortal possanza Acciocchè l'uom ne la bontate eterna Impari di ripor la sua speranza; Quanto appartiensi a noi, perchè si scerna Nostro valor, che più d'oprar n'avanza? Se di battaglia nostre man fur vaghe, Il narreran le sostenute piaghe.
XLV
Sì fatte note egli formava ancora Ch'un duce venne, e ne venia con pena, Sì da la testa, ove il bel crin s'indora Bagna le guancie sue sanguigna vena, E turbato Alderan diceva allora: L'oscura faccia ch'esser suol serena Oggi a mal giudicar forse m'adduce? Dimmi: sei tu de' Cesarini il duce?
XLVI
Quei s'inginocchia, e frettoloso immerge Il volto afflitto ne le limpide onde, E con le mani diguazzando il terge E s'innalza ver loro; indi risponde: Chiari campion per cui l'Italia s'erge Con gloria tal, che non sfavilla altronde, Ecco riman, quando più forte schermo Ne chiedea Rodi, il valor nostro infermo.