XLVII
Quivi disse Gualtier: quando in periglio Fan di se prova i cavalieri armati, Deh quale a noi si porgerà consiglio Da potersi fornir, benchè piagati? Giunse il Romano: a consigliar non piglio Ch'escano a guerreggiar duci storpiati In orribile campo, ove contrasta Popolo armato di faretra e d'asta.
XLVIII
Ben vi dirò, che con mirabil mano Ha gran parte de' Turchi in fuga spinta L'alto AMEDEO, sicchè per lui sul piano Ed in riva del mar rimansi estinta; Ma mentre che da noi pugna lontano, Ottoman quasi nostra gente ha vinta, Se non se quanto Folco e i duci insieme Non vengon manco a le speranze estreme.
XLIX
Se puon durar fin che dal mar sen rieda Il Cavalier, ch'a noi dal Ciel fu scorta, Fian dati i Turchi de la morte in preda, E non meno Ottoman con lor fia morto. Or, perchè l'opra che bramiam succeda, A noi stessi per noi diasi conforti, Andiam colà; combatterem co' detti, Se non co' brandi, co' feroci aspetti.
L
E se buon vi rassembra, ergasi il core, Porgansi preghi a la bontà divina, E con voto fedel facciamo onore Al santo eccelso, che Galizia inchina. Gualtiero allor dicea: chiaro splendore, E vivo lampo di virtù latina, Che dici tu, che da lodar non sia? Poi fer suoi voti, indi ciascun s'invia.
LI
Ognuno è pronto; e le possanze frali Del corpo afflitto avvalorar s'ingegna, E van tra sassi e tra volanti strali Là dove del Baglion ferma è l'insegna; Ivi, come gli assalti aspri e mortali E le percosse disprezzar convegna, Narravano a' soldati assai smarriti E col sembiante li faceano arditi.