Col forsennato duce ella sorride, Per adescarlo sue bellezze adorna, E dove dee bearlo, ivi l'ancide, Quinci col fiero teschio a' suoi sen torna. Ed altra volta Madian non vide Allor che 'l sol ne l'Ocean soggiorna, Con poche larve e con trecento soli Condursi a morte innumerabil stuoli?

XXVII

Già rimirò, perchè da l'ombre involto L'aspro nemico d'Israel non scampi, Farsi il dì lungo oltra l'usato molto Un cavalier di Gabaon ne i campi; I destrier, che correndo a freno sciolto Givan per l'alto e diffondeano lampi, Fermaro il passo, e l'infocate rote, Volubil sempre, si mostraro immote.

XXVIII

Che più debbo narrar? varco s'aperse Per entro le voragini profonde A lo stuol di Mosè; nè si sommerse, Anzi lieto occupò l'arabe sponde; Sì disusato oltraggio il mar sofferse, Che quasi smalto s'induraron l'onde, Ed ivi asciutto il piè corser destrieri Ove le vele disciogliean nocchieri.

XXIX

Ciò ch'io racconto, rivelossi a pieno Al mondo tutto, ed a narrar nol vegno Perch'io n'aggia diletto, anzi nel seno Ne sento incendio di mortal disdegno; Io n'arrabbio così, che 'l ciel sereno Vorrei far polve, e de le stelle il regno, Vorrei la terra e 'l mar volger sossopra, Ma mio voler non posso porre in opra.

XXX

Mentre fra gli esecrabili furori Gli empi Demoni disfogavan l'ira, Per virtù de gli incogniti licori Giassarte da l'angoscia ecco rispira; Già franco, già del sol gli almi splendori Con lo sguardo vivace egli rimira, E ferve il sangue, e si dilegua il ghiaccio Dal corpo afflitto, e divien forte il braccio.

XXXI