Come addivien se fuor del campo ondoso Spigne delfin mar travagliato e vento, Ch'ei si dibatte sul terren sabbioso, Poi languendo riman sì come spento; Ma se passando peregrin pietoso Lo rende a l'acque amate, in un momento Terge le belle squamme e si ravviva, E salta lunge da l'odiosa riva;
XXXII
Cotal dell'egro cavalier succede; Ratto ogni fievolezza ivi abbandona, Onde il mostro infernal, che forte il vede, Seco in sembianza d'uom così ragiona: Vanne colà, dove pietate e fede Sul punto estremo a travagliarti sprona; Torna a fugar le Rodïane genti, Ma di dar guerra ad AMEDEO ritienti.
XXXIII
Ei ben feroce, ei di fortezza adorno Via molto più che non suol dar natura, Trascorre folgorando in questo giorno; Forse altra volta avrà peggior ventura. Fra questi detti a se sgombrando intorno Il corpo finto a gli occhi altrui si fura; E sovra il piè leggier ver quella parte Ove si pugna se ne va Giassarte.
XXXIV
Intanto sul terren, ch'atro ribagna Sangue de' Turchi il grande Eroe sì freme, Che tutto ingombra il ciel di chi si lagna, Orribile rimbombo, e di chi geme; Molti ne van destrier per la campagna, Ed il dorso di lor nessun non preme, Che i nobili rettor caduti al piano Fieno aspettati da la patria in vano.
XXXV
Qual torbido torrente allor che scende Gonfio di spume da montagna alpestra, O qual è fiamma ove più forte incende Co' soffi d'aquilon valle silvestra, Qual fulmine che nube atra scoscende, Tal rassembrava d'AMEDEO la destra; Megera il guarda e per furor trabocca Cerberea spuma da l'orribil bocca.