Ambe le guancie di disdegno ei tinge, E d'orribile foco empie ogni vena; Lampeggia il guardo, e sì furor lo spinge, Che de' piedi la terra imprime a pena, Fattosi da vicin la spada stringe; L'aria di quel fulgor lunge balena Come se tuona; ed AMEDEO non cessa, Ma vibra il brando, e l'inimico appressa.
III
Qual, s'a leon devorator d'armenti, Che pur dianzi scannò su prati erbosi, Giunge tratto a l'odor de i tori spenti Affamato leon da gli antri ascosi, Scagliansi incontra con la spuma a i denti, Frementi, ardenti, di sbranar bramosi, E con attorte code aspro veneno Svegliansi d'ira nel terribil seno;
IV
Tal di quei duo feroci era a mirarsi L'ammirabile assalto; alto furore Ora il capo, ora il petto, ora impiagarsi Gli detta il fianco, e trapassarsi il core; Da l'armi indarno travagliate sparsi Volano per lo ciel lampi d'orrore, E sì fier suon, che da' propinqui move Monti ogni belva sbigottita altrove.
V
Poscia, che i ferri a penetrar comprende Vana ogni prova, infellonito e crudo Ciascun la spada a maneggiare attende Che impiaghi là dove il nemico è nudo; Ed ora punge insidioso, or fende, Ora accenna a l'elmetto, ora a lo scudo, Or volgendosi a destra, ora a sinistra La man de l'ira e del furor ministra.
VI
Tra mille finte al fin, tra mille vere, Dal Turco infuriato esce percossa, Ch'AMEDEO trova, e ne la coscia il fere Gagliardo sì, ch'ivi tremar fe' l'ossa; Tosto che rimirò le vene altiere La terra far del nobil sangue rossa Mise alto strido il feritor, che tuono, Squarciando umida nube ha minor suono.