Rodi non più ne la battaglia avversa Aver celeste difensor si vanti; Ecco è pur verità, che sangue ei versa, E che le membra sue non son diamanti; Farò ben'io, ch'ella cadrà dispersa, Se 'n costui spera: con altier sembianti Così dicea, crudel; per le ferite Arse incendio AMEDEO d'ire infinite.
VIII
Ne l'armi eterne a la mortal battaglia Ratto a se vendicar con le man pronte Contra la forza d'Ottoman si scaglia Impresso d'odio la terribil fronte, Sì come tigre, che gli armenti assaglia, Sì come turbo, che scotendo il monte Di svelte piante va coprendo i campi, Sì come orrido tuon, tra nembi e lampi.
IX
D'indomita ira giù nel petto acceso Verso l'empio nemico alza la spada. E quegli'alza lo scudo, onde difeso Fa pur, ch'a vôto il fier ferir sen vada; Ma da la forza estrema il braccio offeso Tanto non può valer, che giù non cada Il grave scudo, a cui levar vien manco; E riman nudo ad Ottomano il fianco.
X
Mentre riarsi il cor d'empi disdegni Son trasportati dal furore interno, E del valore uman varcando i segni Hanno le piaghe, hanno la morte a scherno, Dal colmo eccelso degli eterei regni Chinò l'eterno Dio lo sguardo eterno, Mirando in Rodi e fuggitivi e spenti, Nè men de i vincitor l'arme possenti.
XI
E su quel punto alme bilancie ei prese Splendide d'or con l'infallibil mano, Ed ivi dentro in un momento appese Che sperare e temer possa Ottomano; Sua colpa in giù profondamente scese, Sì che giustizia egli aspettava in vano, Se non per pena; in ciò mirando fisse Dio l'alme ciglia immortalmente, e disse: