Giunto è l'ultimo dì; chiuse le porte A lui son del perdon; giusto è ch'ei mora; Ora dunque AMEDEO nel tragga a morte, Sangue, che tanto le mie leggi onora; E quinci infonde coraggioso e forte Spirto, onde l'alto cor più s'avvalora E contra il Turco a la sua fin d'appresso Pugna più ch'a mortal non è concesso.
XIII
Ecco la destra, ecco sospinge il piede, E folgorando con l'acciar celeste Inverso il petto disarmato il fiede Orribile di piaghe ampie e funeste: Come s'Arturo al sommo ciel sen riede Suscitator di nembi e di tempeste, Mira nave talvolta in un momento L'alber fiaccarsi al rinforzar del vento;
XIV
Tal supin casca, e rimbombar fa 'l piano Il tanto dianzi formidabil Scita; Sorger tentò, ma fu suo sforzo in vano, Chè gli toglie il vigor l'ampia ferita. Bene al campion, non dal morir lontano, Era pronto a donar l'inferno aita, Se non che 'l cielo, e i suoi messaggi ei teme; Però sel guarda bestemmiando, e freme.
XV
Ma verso lui ch'a ripugnar s'accinge Più il glorioso vincitor s'adira, E ne la gola il duro acciar gli spinge, Ed ivi tienlo fin che vivo il mira: Gli occhi travolve e di pallor si tinge Freddo Ottoman e sul morir sospira La cara vita e la fortuna andata, E via più ch'altro la bellezza amata.
XVI
Intanto Araspe il corridor frenato Spronava intorno, ed animando giva Le turbe vinte, onde mirò sul prato Sanguinoso Ottoman, che si moriva; Da repentina angoscia alto agitato Ei l'addita a lo stuol che lui seguiva, Poi con mugghio dicea d'aspro tormento: E quale spirto a guerreggiar fia lento?