Poscia premendo in petto i rei pensieri, Ed i sembianti serenando egli erra Per ogni parte, e l'alme de' guerrieri Desta a travagli de l'orribil guerra, Ed indi i duci de le squadre altieri Ei chiama, e vanno colà dove in terra Giaceva il gran signor per indi trarlo, Ed a le pompe estreme almen serbarlo.

XLIII

Pien Glassarte di duol, pien di tormento, E pure Araspe di dolor ripieno Piangeva andando, e seco alto lamento Il canuto Ebrain facea non meno; Ma come impallidito, come spento, Come sparso di sangue il volto e 'l seno, E come steso il caro Re scorgea Ciascun di doppia doglia il core empiea.

XLIV

Tacquesi alquanto, indi Bostange: o degno Ben d'ampio impero, ecco, pur dianzi in core L'Asia volgevi, e de l'Europa il regno Come scettri dovuti al tuo valore, Or vinto, or morto, onde venir sostegno Deggia a' popoli tuoi contra il furore Di tanto vincitor ch'aspro s'adira, Dio lo si sa ch'a sì rio fin ti tira.

XLV

Così piangeva; ed a la man, che viva Dell'Asia i vinti Re tanto inchinaro, Ivi disciolta e di fortezza priva, Tutti in segno d'onor baci donaro; Dolenti al fin da la dolente riva Le care membra e riverite alzaro, E van con esse in ver le regie tende, E lor sempre nel sen pianto discende.

XLVI

Sultana intanto, i cui pensier confonde De l'amato signor speme e paura, A Licasta diceva: omai ne l'onde Il sol trabocca, e tutto il ciel s'oscura, E pur de' messaggier nessun risponde Qual del mio caro Re sia la ventura: Tanto ha di forza quel latin guerriero, Che consumi l'assalto un giorno intiero?

XLVII