In tanto affanno ad aspettar più forte La mia vita non è; movi, nutrice, Corri, comprendi d'Ottoman la sorte, E fa certa del ver questa infelice. Trema la lingua, ambe le guance smorte Tingonsi di pallor mentre ella dice; E la vecchia fedel, cui forte incresce Sì grave duol, del padiglion fuor'esce.
XLVIII
Ogni sembianza tra' guerrier dogliosa, Ivi mira, ch'ognun lagrime scioglie; Al fin che 'l Re sotto la man famosa Cadesse d'AMEDEO chiaro raccoglie. Traggene guai, ma certa ella non osa Le novelle recar di sì gran doglie, E tra' sospir di quella gente mesta Pur lagrimando a sospirar s'arresta.
XLIX
Di tanti indugi suoi punge più strano Timor Sultana, e lo sperar le vieta: Non è, dicea, ch'ella non torni, in vano; Non si cela ad altrui ventura lieta; Quinci nel biondo crin la bianca mano Sospinge, e l'alma in nulla parte acqueta; Al fin alto gridò: perchè non riede, Io pur vedrollo; indi moveva il piede.
L
Del grave duolo il vago volto impressa Va tra l'armate genti; ognun la mira, E mirarla di duol cotanto oppressa Più fuor de gli occhi altrui lagrime tira. Ella ciascun di dimandar non cessa, Ma tacendo ver lei ciascun sospira; Pur volge il guardo, ove dolente stassi Piangendo Alcasto, e colà move i passi.
LI
Quei l'alta donna reverente onora; Ed ella a lui, che le s'inchina avanti; Alcasto, il nostro Re dove dimora? E perchè quì tante querele e pianti? Il Capitan per la pietate allora Colma di più dolor voce e sembianti, Ed a Sultana la miseria indegna Con modo accorto palesar s'ingegna.