Qui l'oro straccia de le chiome e 'l seno Fa risonar de le percosse crude, Poi comanda: Ebrain, reca veneno, Che spegner prestamente aggia virtude. Egli a quel comandar non tiensi a freno: Sultana allor nel padiglion si chiude, Ed ivi presso al suo signor s'asside, E lui guardando alza un sospiro e stride.

XXVII

Chiunque aspira a le grandezze estreme Più sempre vago di superbo impero, E giù dal colmo ruinar non teme, Ne lo stato di noi volga il pensiero; Per alcun tempo a la mortale speme Non si rappresentò specchio più vero, Nè si mostrò come caduca e vana Sia giuso in terra la possanza umana.

XXVIII

Chi giammai dentro il cor potea fermarsi Che omai di Rodi vincitor, che omai Suoi muri in guerra ed abbattuti ed arsi, Dovessimo incontrar sì fieri guai? Misera! quai preghiere? e quai non sparsi Pianti? che non fec'io? che non tentai? Da quale parte non sperai soccorso? Anco a numi d'inferno ebbi ricorso.

XXIX

O sul fior de l'età pronta a morire Per lo scampo di noi, diletta Irene, Su le tue piaghe, e contra il tuo desire, Ecco pur ch'Ottoman morte sostiene; Ma ci veggo dannati a tal martire, Ed è sì grande il mar di nostre pene, Che non so con qual senso io mi rimanga, Irene, e se t'invidii, o se ti pianga.

XXX

Incliti scettri, altieri manti adorni Son tornati per noi ceppi dolenti: Oh tra le fasce e su l'april dei giorni Fossimo al mondo trapassati e spenti, Ch'oggi il sommo dolor de' nostri scorni Non faria liete le cristiane genti, Nè per l'Europa i nostri casi avversi Darian materia de' Cristiani ai versi.

XXXI