Non già così, che l'onorata spada Non cinga ardente, e 'l viver suo non scherna Quando in periglio di macchiarsi cada Del grandissimo Dio la legge eterna; Quinci a' trionfi s'aprirà la strada Stringendo a fren più d'una valle inferna, Tra varchi alpestri e dirupati scogli Domando atroci, et esecrati orgogli.
XIII
CARLO vien poi, che di Gebenna a gli empi Mal soffrirà lasciar l'alpi sicure; CARLO il famoso, che gli altar, che i tempi Trarrà dal sangue e da le fiamme impure; Alzerà di pietate incliti esempi, E di fortezza in quelle etati oscure Ratto col ferro a procacciar corona In campo allor che 'l Vatican lo sprona.
XIV
Farà ben saggio da ria turba infesta Schermo a Saluzzo; e di Durenza il regno Avrà per aspra ed infernal tempesta Da la spada real saldo sostegno; Vinon con asta in man, con elmo in testa Vedrallo incontra ad empio stuolo indegno Che sol guardarlo in fronte ivi s'affida, Poi che fugge il fellon, che 'n campo il guida.
XV
Mal felice è la froda; il sole ardente Non sì ratto distrugge aria nebbiosa Come CARLO quei crudi, indi repente Empie del suo valor l'alpe selvosa, Isara quivi fulminar lo sente; Il sente, e geme; ei sul destrier non posa Fra sparsi infino al Ciel gridi infiniti Fin che di tronchi non sian carchi i liti.
XVI
Di magnanimo ardir sparso i sembianti Calcherà dentro il sangue elmi ed usberghi, Sì ch'al fier brando volgeran tremanti Le turbe in corso sbigottite i terghi; Ben dureranno a gli orfanelli infanti Lunga memoria nei funesti alberghi, Cui bagneranno in grembo a le nudrici Con latte di dolor pianti infelici.