Ma del campo infedel, ch'a tua possanza Jer si sottrasse, oggi che fia? per terra Correr farai de l'empio stuol ch'avanza L'odiato sangue, e fornirai la guerra? Ed AMEDEO: fora di Marte usanza; Ma di Dio messaggier la via ci serra, Nè vuol ch'usciamo a più pugnar sul piano, Spegnerà gli empi l'immortai sua mano.
XXIII
Noi lo spazio del dì, ch'a l'altrui vita Troncar doveasi, ed a l'assalto estremo, Lodando la possanza alta infinita, Ne i sacri templi a consumare andremo. Sì disse; e da l'albergo ei fa partita; Subito appresso il Cavalier supremo, Seguendo i Rodïan l'inclito esempio Volgono l'orme del Batista al tempio.
XXIV
Ampia nel mezzo a la città sorgea De' monti eccelsi e de le nubi al paro La sacrata magion che di Giudea Quivi giungendo i Cavalier fondaro; Ella qual neve candida splendea Infra selci finissimo di Paro; E per gradi purissimi s'ascende Scala, che pur di Paro ampia risplende.
XXV
Le ricche porte di fin oro ardente Sopra soglia di porfido fiammante Hanno di cedro e d'ebano lucente, Fregi contesti e d'indico elefante; Dentro, sudor d'innumerabil gente, Colonne stan, che fur montagne avante; Di vaghi marmi è variato il piano, Lunga vigilia di Dedalea mano.
XXVI
Per l'immensa parete, onde si gira Il gran Ciel de la macchina superba, Del Precursor santissimo si mira La dura vita e la ria morte acerba; Evvi, che da le turbe il piè ritira Vago di bere il fiume e pascer l'erba, Sol di ruvido pel tutto coperto, Solingo cittadin d'aspro deserto.