L'armi ch'avesti tu dal ciel superno Io porterolle a le magion divine, E là ne l'alto serberansi appese Per darle a' tuoi nelle più gravi imprese.
E il Critico: «Je trouve aussy que d'avoir osté les armes divines a Amedee n'est pas bien a propos, parce que jamais Dieu ne nous oste les graces qui nous l'alt que quelque nostre demerite ne precede… mais i'eusse voulu les luy laisser, et pour montrer la particuliere protection qu'il plait a Dieu d'avoir a jamais de la Maison de Savoye, ie voudroit les luy laisser sa vie durant avec promesse de mettre les armes invincibles dans la Savoye et les garder la a iamais pour la conservation et assurance des estats de ses grands et iustes successeurs.» Confesso il vero, quel ripigliarsi l'armi celesti date al Duca, non mi sembra invenzione lodevole; ma forse il Poeta non sapendo dove collocarle degnamente (chè il metterle in Savoja avrebbe potuto dispiacere a' dominj italiani della R. Casa) si volse al partito di farle trasportare colà dond'erano venute.
La censura seconda, ch'è pure l'ultima, cade sopra la chiusa del poema: i Cristiani vanno con Amedeo al tempio a render grazie all'Altissimo Iddio per vedersi liberati dal pericolo; benchè i Turchi o non siano ancora partiti dall'isola, o si trovino sulle navi vicino a Rodi. E bene osserva il Cav. d'Urfè che la vicinanza d'un nemico potente mantenendo il pensiero del pericolo, non lascia luogo ad allegrezza intera e sicura; e che perciò si doveva descrivere in primo luogo la tempesta che fece perire le navi co' Turchi fuggitivi, e poi condurre i duci, i soldati e il popolo tutto a ringraziare di tanto favore il Dio degli eserciti. Questa censura è lodevole, non solamente per la ragione addotta dal Francese, ma sì per quest'altra, che chiudendosi il poema col naufragio de' nemici, il fine ha una certa tristezza, che lascia una sensazione dolorosa negli animi gentili; dove al contrario, affondate le navi, perduti con esse i Turchi assalitori, viene il canto di grazie, l'allegrezza della vittoria, la sicurtà del paese; tutte immagini gioconde che dolcemente si spargono per l'animo del leggitore, facendogli dimenticare gli sdegni, il sangue e le rovine della guerra.
«Voila, Monseigneur, (conchiude il Cav. d'Urfè parlando al Duca) ce qui me samble de ce poeme qui a la veritè est beau et docte, mais que ie croy qui plaira plus aux savants qu'au vulgaire: aussi n'est il pas permis a tous de se servir de la masse d'Hercule…. J'ay remarqué ces choses a la haste et par le commandement qu'il a pleu a V. A. de m'en faire, parlant touttefois avec toutte sort de respect d'un si grand personnage qui est le Seigneur Chiabrera. »
Il manuscritto, dal quale abbiamo ricavato le critiche, serbasi nella Civica Biblioteca Berio, ed è copia tutta di mano del dottissimo Barone Vernazza fatta sull'originale in Torino nel 1791.
PARALLELO
DELL'AMEDEIDA MINORE
COLLA MAGGIORE.
L'Amedeida maggiore, ossia quella pubblicata dall'Autore, Genova 1620 in 4.º, è partita in canti 23, ed ha in tutto 1335 stanze: l'Amedeida minore, cioè quella impressa in Genova dal Guasco, 1654 in 12.º in soli 10 canti, contiene stanze 667. Non sarebbe senza qualche diletto l'investigare i motivi che indussero il Poeta a ridurre alla metà precisamente il suo nobil lavoro; ma la brevità delle nostre illustrazioni non ci consente di far lungo discorso. S'egli avverrà mai che sieno date al pubblico le lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, delle quali il diligentissimo signor Ponthenier incominciò la stampa nel 1834, si avranno in esse molte notizie sull'accrescimento che o il Poeta o l'altrui desiderio andavano procacciando all'Amedeida; e chi vorrà tener conto di non pochi stralciamenti, s'accorgerà che vennero suggeriti all'irritabile autore da un pensiero di quella vendetta poetica, che involge nel silenzio i falsi promettitori e gli uomini ingrati. Consiglio più generoso sarebbe stato il cacciare da se l'iracondia, e rider degli uomini stolti; ma dovendo il Chiabrera troncare tanta parte del poema, malagevolmente poteva resistere alla tentazione di far una forse giusta, ma non leggiadra vendetta. Come che sia, ecco un parallelo delle due Amedeide, che può tener luogo di ambedue l'edizioni; stantechè il Poeta nulla mutò dell'elocuzione, nulla dell'ordine, nulla delle parti fondamentali: troncò de' canti interi, delle descrizioni, delle dicerie, degli episodj, ma con avvedimento così sottile, che le cose stralciate si potrebbono rimettere a' luoghi proprj senza guastare l'Amedeida minore. Per qual forma il facesse, diciam brevemente.
I. Il primo canto della minore è quel desso che si ha nella maggiore.