Tanto sangue fin quì, tanto in battaglia Sparso da noi sudor, tanto ardimento, Oggi con esso te cotanto vaglia, Che non ti prenda d'Ottoman spavento. Risponde Enrico: de la morte assaglia Spavento un core a le vili opre intento; Io m'adornai di questa Croce il petto, Perchè di bella gloria ebbi diletto.
XXXIX
Così disse egli. Folco oltre cammina Là, dove, pregio del suo Tebro eterno, II giovine Giordan, progenie Orsina, De l'Italica lingua have il governo; Sue guancie eran qual rosa mattutina, Che d'ostro ride a lo sparir del verno, E splende un lume altier negli occhi suoi, Onde sono usi fiammeggiar gli Eroi.
XL
Ver lui Folco diceva: esser puoi certo, Ch'ogni forte guerrier quinci a mille anni Invidïando il nostro nobil merto Avrà desir di sì lodati affanni; E s'a' vostri Romani il varco aperto Fu de la gloria in soggiogar tiranni, In soffrir pene, in disprezzar perigli, Deh non sian di viltà nostri consigli.
XLI
E quei risponde: io prontamente attendo Le vestigia seguir de gli avi altieri; Siasi Ottoman quanto mai fosse orrendo, Non fia, che 'n Dio fidando, unqua io disperi. Folco sì forte la risposta udendo, Verso una porta allor calca i sentieri, Onde poteano entrare armi d'aita, Ed onde far contra i nemici uscita.
XLII
Per quella aspra stagion fido custode L'animoso Lancastro ivi s'elesse, Che sorto da la culla, in su le prode Del bel Tamigi le vestigia impresse; Chiaro per gli avi; ma superba lode Acquistò, di sua man con l'opre istesse Tra' ferri or sotto caldi, or sotto geli Stancando il fianco, ed imbiancando i peli.