XLIII

Poi su lo scudo sanguinoso inchina I membri a morte infievoliti, e lassi; Ma verso la sua gente ivi vicina Preghi facea, perchè fermasse i passi. In sì rio tempo un Rodïan cammina Là, dove il fiero Folco armato stassi; Clinia fu questi, e come avvien, che 'l trove, Lo riverisce, ed a parlar poi move:

XLIV

Su le torri di Francia il Turco ascende; Non che si dia le spalle al fier nemico, Pugnasi; ma colà mentre contende, Mal sostiensi ferito il forte Enrico: Uopo è d'aita. Ove ciò dirlo intende, Volge Folco animoso il piede antico, E le vestigia sue stuolo seguìa Di cento armati, a cui dicea per via:

XLV

Non ha Guascogna Cavalier più forte Del buono Enrico; a la Valetta il pregio Mai non scemò; s'oggi è caduto a morte, Prova udirem del suo valore egregio. Amici, colpo di contraria sorte A verace virtute è nobil fregio; Spavento popolar non vi ritegna, La Fè, la Patria guerreggiare insegna.

XLVI

Con sì nobili detti oltre s'avanza, E tra' suoi Franchi si conduce al fine; E visto a pena ei fu, ch'alta speranza Prese quelle alme a sbigottir vicine: Gridaro, ed ebbe quel gridar sembianza Di procelloso suon d'onde marine, Allor che presso Calpe a l'aer bruno Trascorre irato il tridentier Nettuno.

XLVII

Così nova risorse aspra battaglia, Ed a proprio nemico ognun s'afferra; Forte Abdulen contra Olivier si scaglia, E fiero Uberto a Soliman fa guerra; Amuratto a Rinaldo il braccio taglia Che tien la spada, e lo calpesta in terra; Carlo fere a Derniso, ove sul fianco Ha la faretra; ed ei di duol vien bianco.