XXXVIII

Freme il campion, nè da' guerrier s'aspetta Prova d'alto valor, ch'ei non adempia; Quando il fiero Ismael scoccò saetta Da la corda tirata oltra la tempia. Verso la destra coscia ella s'affretta Del gran Francese, e sì crudel lo scempia Che lo trabocca col ginocchio in terra; Nè però teme, anzi è più franco in guerra.

XXXIX

Mossero allor veloci; un di Roano Nacque sul lito, ed appellossi Anglante, Nè di lui pronti men Guelfo, e Serrano, Chiari in Bretagna, ambo nutriti in Nante. Costor forti di cor, forti di mano, Al percosso Baron piantansi avante, Dando esempio di fede in tempo duro; Ma ne l'ardir mal fortunati furo.

XL

Chè da lo stuolo in saettar non sazio Nembo d'acuti dardi a lor sen vola; E tanti di Serran fecero strazio, Che ben tosto a la vita egli s'invola; Nè di provarsi Anglante ebbe più spazio, Si da non pochi gli s'aprì la gola: Quattro a Guelfo piagaro il petto, e 'l tergo, E trasser l'alma dal mortale albergo.

XLI

Ma non per tanto da temenza oppresso Lascia ogni Turco l'ardimento in bando, E stan da lunge, e fan vedere espresso Quanto d'Enrico è paventato il brando: Chè non venite a guerreggiar dappresso, Femmine d'Asia? egli dicea gridando. E pur bramoso di propinquo assalto, La nobil spada sollevava in alto.

XLII

Quinci fu mosso; e che da spron d'onore Ben stimolato ad affrontarlo vada Sciriffo il dimostrò: con tal furore Egli trascorse, anzi volò la strada. Ma non prima giungea, che dentro il core Sdegnoso Enrico gli piantò la spada; Ivi i nodi de l'anima dissolve, E di profondo orror tutto l'involve: