XXXIII
Tal'era Enrico, ed a pugnar più ria La spada ei volge, e Reduano assale. Quando quadrel da la faretra uscìa D'Alcasto in aria, e sibilò su l'ale; Spingeasi al cor, ma s'abbassò per via, E nel ginocchio s'internò lo strale, E sloga l'osso, onde movendo il passo Cadde il guerrier sul manco piede a basso.
XXXIV
Presso è Sciriffo; ed egli a' suoi converso Gridava: o d'Ottoman squadra possente, Mirate in terra, e di suo sangue asperso Il capitan de la nemica gente; Sfoghisi omai sul popolo disperso L'ira dovuta, mia virtù non mente: Ecco io per sangue al gran Signor congiunto Da voi tra' rischi non giammai disgiunto.
XXXV
Egli così diceva. Enrico sorge, E mal grado del duolo in piè sostiensi; Poi con fiero sembiante ardire ei porge A le sue squadre, ed alza gridi immensi: Estremo risco a guerreggiar ne scorge, A cari figli il Rodïan ripensi, Ripensi il Cavalier su la sua gloria, E ciascun de la Fè serbi memoria.
XXXVI
L'avverso stuol, ch'ode l'orribil voce, E tanti intorno lui morti rimira, Ritien per la temenza il piè veloce, Solo da lunge disfogando l'ira. Votano le faretre; ognun feroce Sceglie acute quadrella, e l'arco tira Sì che repente ad ogni stral nemico Segno diventa il valoroso Enrico.
XXXVII
Squarciansi de l'usbergo in un momento Le ricchissime vesti, onde era chiaro; E del cimier, che si crollava al vento Lunge le piume dissipate andaro; Ma de lo scudo nel temprato argento Di tanti dardi penetrò l'acciaro, Che nulla più da saettarsi avanza; Ed ha di folta selva omai sembianza