XXVIII
Qual sul tepido Autunno Orso velloso Le rozze branche e i rozzi piè fatica, E dolci frutti depredar bramoso, Su l'alto vien di bella pianta antica, Ed ivi ingordo tra le frondi ascoso Empie le fauci, e 'l ventre ampio nutrica; Spezzansi i rami finalmente, ei cade: Rimbombo dan le rusticane strade;
XXIX
Tal de lo Scita in traboccando avviene. Scorselo Alcasto da lontano, e fiero Incendio d'ira gli avvampò le vene, E segno dienne, memorando arciero. Già l'arco teso infra le mani ei tiene, Arco di smalto, arco di fregi altiero, Ed una su vi pon tra mille eletta, Pregio di sue faretre, empia saetta.
XXX
Stava Ridolfo infra lo stuol più folto Sventolando d'Enrico alto stendardo, Ed avea d'oro il crin, di rose il volto, Nato in Bologna a l'Ocëan Piccardo. Non prima il rimirò, ch'a lui rivolto Alcasto in petto gli fissò lo sguardo, Ed a punto ove fermo il guardo ci tenne, L'acutissimo strale a ferir venne.
XXXI
Per entro l'ossa ha di passar valore; I polmon squarcia, e sì la piaga è rea, Che ne le tele, onde è fasciato il core Via disperge l'umor, che lo ricrea. Sparso il volto gentil d'atro pallore, Ei tremò su le gambe, indi cadea. Miralo Enrico, e per tal modo il mira Ch'ei fassi esempio d'implacabil ira.
XXXII
Qual su l'Atlante empio Leon, che vinto Da dura fame, più s'infiamma al pasto, Allor ch'atroce, e più di sangue è tinto Il guardo, allor che più 'l ruggito e vasto, Se incontra armenti, in mezzo lor sospinto Gli sbrana l'unghia, a cui non è contrasto, E le tepide membra aspro divora, E benchè sazio, ne fa scempio ancora: