XXIII

Tal quivi era il rimbombo. Al vento sparsi Volan verso le mura i fier stendardi, Nè schifano i guerrier nel corso urtarsi, Per bella gloria a ben morir non tardi. Veggonsi a un tempo mille scale alzarsi, Su portarvi le piante i più gagliardi, Brandi ed aste vibrar, scoter cimieri, E prender mira, e saettare arcieri.

XXIV

Pur minacciosi e colmi d'ira i volti, Le spade in pugno luminose e terse, Stanno sul varco i Rodïan raccolti Vendicator de le percosse avverse. Molti nel fosso traboccavan; molti Salìan le mura già di sangue asperse; Chi fier ferìa, chi sul morir piangea: D'orribile tumulto il ciel s'empiea.

XXV

Tra' coraggiosi, che l'eccelse cime Preser del muro, e vi fermar le piante, Era Dragutto a riguardar sublime, Ne lo stuol d'Ottoman quasi gigante. Costui da sommo il capo a le parti ime Taglia del collo il Tolosano Argante, E sanguinoso in su la terra il lassa; E contra gli altri sovra lui sen passa.

XXVI

Poi contra Anselmo maneggiò non manco La larga spada, e sì tra 'l braccio, e 'l collo Accarna il ferro, e giù discende al fianco, Che senza più ferir morto lasciollo. Al dolente guerrier non usciva anco Piuma sul volto; Baldovin creollo, Perch'a la patria Angier fosse ornamento; E da lei lunge in sul fiorire è spento.

XXVII

Mentre a terra cadea, mentre gelato Se ne morìa: non vanamente il vedo, Eccomi, Anselmo, a la vendetta armato; Ver lui gridava l'Angevin Goffredo. Nè fu contento al dir, ch'entro il costato Caccia a Dragutto un boschereccio spiedo, L'ossame frange, e sì crudel sospinge, Che nel fegato acceso il ferro tinge.