LXIII

Hai sugli occhi la morte: alto dolore A la ria fama ingombrerà Castiglia, Ove le belle dame arse d'amore Dal tuo giostrar non rivolgean le ciglia. Marran: in questo dir, sdegno, e furore Ad impeto di tigre il rassimiglia, Ed appressa l'Ispano, e vibra in alto La spada, e move a più mortale assalto.

LXIV

Cupido di ferir scendea fischiando Ver la sinistra tempia il crudo acciaro; Ma con la spada avvicinarlo quando Fernando il rimirò, favvi riparo; Poscia la destra e l'affilato brando Volge a colà ferir, dove legaro I pieghevoli nervi il busto e 'l braccio; Ed ivi il frange, come fragil ghiaccio.

LXV

Lunge sul pian da lo spallon reciso, Come da fonte, il sangue atro discende; Crollasi Alfange, e vien di neve in viso, Al fin spossato in sul terren si stende. Dardagan, che lo sguardo in lui tien fiso, Di sdegno il petto e di pietate accende, E corre a lui, ne' cui sembianti mira Che l'alma giovinetta ancor non spira.

LXVI

Pregio di guerra è dimostrar valore, Alfange, ei dice, ove il nemico assaglia; Però, se quinci ti corona onore, Di piaghe e di morir nulla ti caglia. E quei, le ciglia, cui mortale orrore Ad ora ad or più scuramente abbaglia, Solleva alquanto, e con l'ardire usato Rende risposta al Cavaliero amato:

LXVII

Vago di gloria e di virtù, sprezzai Riposo ed or ne la magion paterna, E tra queste armi di cangiar bramai Caduca vita a bella fama eterna; Or ch'io mi mora, e ch'io mi campi omai Sia cura del gran Dio ch'altrui governa: Tu, ben ti prego, ad Ottoman fa fede, Ch'io non morii dando la fuga al piede.