LVIII
Qual move a' gioghi d'Apennino intorno, O sul Taburno il più guerrier de' tori, Che sembra i venti minacciar col corno, Ch'aure nei piedi, e c'ha negli occhi ardori, Tal sotto l'elmo di gran piume adorno, E del dorato scudo intra i fulgori Ei move. Alfange, che venir lo scerne, Sente alquanto gelar sue furie interne.
LIX
A se stesso in valor non s'assimiglia Su quel dubbio momento; il piè sospende, E di ritrarsi quindi ei si consiglia; Poscia animoso il suo temer riprende: Qual spavento di morte oggi mi piglia? Ottoman che dirà, s'unqua l'intende? E che dirà costui? parmelo udire, Ch'egli innalzi trofeo del mio fuggire:
LX
Ah non sia ver giammai. Così contrasta Per temenza d'infamia a sua paura. Ma lungamente contrastar non basta, E fuor sen va dall'occupate mura. Scotea Fernando la terribile asta, E dietro gli gridava: aurea armatura, Alfange, intorno ti vegg'io, ma parmi Che di guerrier non abbia altro che l'armi.
LXI
Ove ten fuggi? hai sì le piante alate? Ferma alquanto a mirar come s'onori Spagna nel risco de le schiere armate; Ma che? più volte ve l'han detto i Mori. Sì rivolto a biasmar tanta viltate, Il faceva arrossir de' suoi timori; Onde in mezzo del cor sentì fiorire Di nobile battaglia alto desire.
LXII
Perchè formossi, e co' più fier sembianti, E pur con guancie di rossor cosparte, Rispose Alfange: io ti consento i vanti Perchè la patria te ne insegna l'arte; Ma pensa tu, che da' leggiadri amanti Or periglio mortal tienti in disparte, Nè procuri tra pompe i tuoi diletti Col porre in corso, e col frenar ginnetti.