XIX

Anzi pietate, ed amorosa cura, Che suoi cari oblïar non mai sofferse, Ammolliran per la crudel ventura L'anime fiere, a noi mirar converse. Le destre lor, ne la battaglia dura, Di barbarico sangue atre e cosperse, Per noi coprir da le percosse infeste, Incontra Turchi appariran men preste.

XX

Ben è ver, ch'Ottoman non frena l'ira, Sempre ingordo via più dei nostri danni, E del misero dì l'ora desira, In che noi tutti a giogo vil condanni. Ma dal ciel Dio grandissimo rimira Sovra il furor dei perfidi tiranni, E con sue forze onnipotenti, eterne I loro orgogli e l'alterezza scherne.

XXI

Pensate a Faraon fra tante pene Già tanto afflitto; ei rote, arme, destrieri Già mise in campo per le rosse arene, Ed affondò se stesso, e suoi guerrieri. Or non men d'Ottoman sperar conviene, Se 'l Ciel prende a disdegno i suoi pensieri: Ed ei gli prenderà, s'umilemente Ne farem verso Dio preghiera ardente.

XXII

Dunque de l'aste, e dei guerrieri acciari La cura abbandoniam: nostri campioni, Nel tempo andato in guerreggiar ben chiari, Oggi saranno a noi difender buoni: Noi supplicando a' sacrosanti Altari Preghiamo il Ciel, ch'a Rodi oggi perdoni E sul nostro fallir pietà dimostri; Chè questi son gli abbattimenti nostri.

XXIII

Ella quì tacque, e lagrimosa il ciglio S'atterra, e verso Dio manda preghiere; Ed a ben molte fe' mutar consiglio Di più trovar le combattute schiere. Ma la Spartana nel mortal periglio Tien fermo non per tanto il suo volere, Ratto movendo il piè ver la muraglia, Per colà ritrovar l'aspra battaglia.