XXIX
Udendo il gran Baron, gran reverenza Prese le donne; e tutte unite insieme, Verso i lasciati altar, fero partenza, A colà rinnovar preghiere estreme. Ma pure Adrasta non cangiò sentenza; Ed a veder, se rimanea più speme Per la muraglia a passeggiar si diede; Ed Alcimida movea seco il piede.
XXX
Alcimida bellissima, cui luce Tanto splendor ne l'ammirabil volto, Che ad amorosi ceppi ognun conduce Senza mai disïar d'esser disciolto, Figlia fu di Feralmo, inclito Duce; Ei molto in guerra ebbe di gloria, e molto Lasciò di disïabile ricchezza; Immensa dote a la costei bellezza.
XXXI
Di quì tra' Rodïan per lei feriti Fur mille cori, e mille petti accesi; Ma tutti ardendo rimanean scherniti E ne le fiamme lor ben vilipesi. Solo fur d'Erimanto i preghi uditi Benignamente, ed i sospiri intesi, Ed a gli occhi di lui porgea conforto Con dolcissimi sguardi, e non a torto.
XXXII
In altr'uom, gioventù non mai simile Rodi mirò; viso vermiglio e bianco, E per nobile sangue aria gentile, Ed in robuste membra animo franco. Ma perchè tanto onor sembrasse vile, La forza del tesor gli venne manco; Ed a Creùsa, onde Alcimida nacque, II sì povero pregio unqua non piacque.
XXXIII
Però mai sempre al suo desir ritrosa Serbò la figlia in solitario letto; Ed ella il sofferì; perch'amorosa Non avea, ch'Erimanto, altro diletto; Ed a ben sostener la fiamma ascosa Dentro le vene, onde struggeasi il petto, Tenea, quando poteva, il guardo intento A rimirarlo, e feane il cor contento.