XLIV

Questa dunque d'Amor fia la pietate, Ove han da consolarsi i miei dolori? Specchiarmi in queste membra insanguinate, E vederle coprir d'atri pallori? O dolcissima fronte, o ciglia amate, Son pervenuti a fin vostri splendori? Non fia, che 'l vostro lume io più rimiri? Qual mio fallo mi dà tanti martiri?

XLV

Deh chi fa per pietà scorta a mia mano, Si ch'io spenga e disperga il crudo arciere! Ma lasso me, che quì minaccio in vano, Ed ei sen va della percossa altiero. Ah! tra spume l'inghiotta aspro Oceàno; Ah! pera di dolor sì come io pero. Quì tace alquanto, e piange; e poscia grida: Queste ultime parole odi, Alcimida:

XLVI

Se per l'acerba piaga a te fia tolta Vita più lunga, io vo' sperar, ch'andrai Su ne l'alto del Cielo, ove raccolta Fra' canti eterni, eterno albergo avrai; E da quegli almi seggi a noi rivolta Co' tuoi begli occhi rimirar potrai Come intenso dolor, come infinita Fia destinata angoscia a la mia vita.

XLVII

Povero d'ogni ben, fuor di sostegno, Specchio a gli afflitti io menerò l'etate, Ed in odio di me, finchè non vegno A presentarmi a' rai di tua beltate; Ma se non dassi dal superno regno Per un misero cor bando a pietate, Deh! scendi a consolar col tuo sereno Se non le mie vigilie, i sonni almeno.

XLVIII

Volea seguir; ma ne l'eburneo petto Prese novo vigor l'alma smarrita; Onde la donna a l'amator diletto Porge conforto, ed a sperar l'invita: Tempra il timor; non conturbar l'aspetto; È lieve a sofferir questa ferita; Sol fa ch'io gema, e che martir ne senta Veder, che 'l vostro cor tanto tormenta.