I

In guisa tal scotea torbido Marte L'Ispane genti. Su quella ora istessa Non men fassi aspra guerra in quella parte, ch'a l'Italiche destre era commessa; Ivi con asta infra le genti sparte Chiama suo stuol, se da gli assalti cessa, In su le mura, e Turacan salito, Di molti ancisi insanguinava il lito.

II

Spense, fra' molti, Artemidor Visconte, Di Milan pregio; indi Guiscardo Albano, Germe de la Città, che sul bel monte Vagheggia il Brembo, ov'ei trascorre il piano; Poi nubiloso di furor la fronte Con guardo fier, come leone ircano, Contra le spade avverse, aspro fremea, Ed ad Orcan suo fido alfier dicea:

III

Alza la destra, e lo stendardo porta Ben oltra, ad onta de la turba indegna. E quello alfier come il signor conforta, Sospinse i passi, e sollevò l'insegna; Ma non sì tosto ha tanta audacia scorta Che de Riarj un cavalier si sdegna: Costui nacque sul mar, là dov'ei suona Battendo il muro a la non vil Savona.

IV

Termo appellossi, e di gran spada armato Su per le mura sanguinose, immonde, Ei percosse ad Ircano il manco lato, E caccia il ferro, dove il fiel s'asconde. Ratto quei sovra il suol cade gelato, E de la piaga fuor sangue diffonde, E mentre afflitto in sul morir sospira, Pur trabocca dal fiele un fonte d'ira.

V

Allor di mille accenti in se discordi S'innalza tuon, che tutta l'aria spezza, Tuono de' Turchi, ch'a pugnar concordi Essempio dan di sanguinosa asprezza. Ma tu grande Roman ben ti ricordi Nel risco fier, de la natìa fortezza, Nè su quell'ore a sommo duol vicine Ti prese oblìo de le corone Orsine.