Le eresie gnostiche tendevano a spingere il Cristianesimo in questa direzione, in fondo alla quale esso avrebbe ritrovato il Politeismo. Ma il movimento fu trattenuto dall'azione prudente ed efficace dei primi scrittori sistematici della Chiesa, dagli apologeti, i quali, preoccupati sopratutto dell'azione redentrice compiuta dal Cristo, tarpavano le ali della fantasia metafisica e, nell'intensa contemplazione del problema morale, chiudevano gli occhi al problema filosofico. Ma questo si presentò, in tutta la sua grandezza, nella seconda metà del secolo terzo, quando il Cristianesimo alessandrino, con Clemente e sopratutto con Origene, si slanciò, a vele spiegate, nel gran mare della speculazione [pg!125] ellenica. Sarebbe difficile trovare un esempio di altro pensatore che, al pari di Origene, abbia esercitata tanta influenza sulla dottrina che si è svolta dopo di lui. Per tale rispetto, egli è davvero paragonabile a Platone. Si può dire che, per più di due secoli, la teologia scientifica non ha fatto che aggirarsi intorno alle tesi da lui poste. La sua dottrina, pur modificata e temperata, formò il substrato su cui si è poi innalzato l'immane edificio della dogmatica cristiana. Quella sua dottrina, eminentemente platonica, non è che un'allegoria ideale e spiritualista, la quale affievolisce ed altera essenzialmente il contenuto storico del Cristianesimo genuino. Per Origene, come, prima di lui, per Clemente, e come, dopo di lui, per la filosofia neoplatonica, il leitmotiv è quello del logos, del verbo cosmogonico, cioè, del logos concepito come potenza generatrice del mondo. Origene distingue il mondo delle sensazioni[162] e il mondo delle idee[163]. Il logos è l'idea delle idee, l'origine dei fenomeni, lo strumento di creazione. Ma questo strumento fu da Dio creato, in un dato punto del tempo, e gli è subordinato. L'identità del logos con Dio non solo non è voluta, ma è esclusa nel sistema d'Origene, perchè, in esso, l'esistenza del logos non è che il primo grado del processo cosmologico, non è che il primo effetto il quale diventa, a sua volta, la causa degli effetti susseguenti. Ed è nella conoscenza sempre più profonda e chiara di quel processo che sta per Origene la redenzione dell'uomo. Ad Origene si applica egregiamente il giudizio che di lui faceva il neoplatonico [pg!126] Porfirio, dicendo che «sebbene vivesse da cristiano, ellenizzava nella scienza delle cose e della divinità, e vestiva di miti stranieri la dottrina dei Greci»[164].

L'importanza e lo sviluppo potente che aveva preso la dottrina del logos, inteso come un'essenza divina, generato da Dio, ma da lui divisa ed a lui subordinata, faceva rinverdire, sotto forma più scientifica e più misurata, le tendenze gnostiche delle più antiche eresie, e conduceva di nuovo il Cristianesimo sull'orlo del Politeismo. Contro questa dottrina sorse, o almeno si determinò meglio, una dottrina radicalmente diversa, che ebbe il nome di monarchianismo, la quale, pur conservando viva l'azione redentrice del Cristo, teneva ferma la fede nell'assoluta unità personale di Dio, e, pertanto, era avversa ad ogni speculazione che potesse condurre ad una duplice o trina divinità. Il monarchianismo si divide in due scuole, il monarchianismo dinamico ed il monarchianismo modalistico, la prima delle quali affermava l'umanità essenziale di Gesù, affermando insieme che in lui era stata viva l'ispirazione diretta, la forza dinamica di Dio; la seconda credeva nella incarnazione del Padre stesso e considerava il Cristo, apparso sulla terra, come un modo, come una rivelazione del Dio supremo ed unico, il quale non si era scisso, nè aveva prodotta od emanata nessuna divinità secondaria, ma si presentava nella sua inalterabile unità. Il monarchianismo dinamico aveva avuto, nella seconda metà del secolo terzo, per suo rappresentante un uomo geniale. Paolo di Samosata, vescovo d'Antiochia, il quale potè affrontare [pg!127] gli avversari, che lo accusavano di eresia e di abitudini mondane[165], finchè ebbe la protezione di Zenobia, regina di Palmira, nel cui nome governava Antiochia. Ma, vinta Zenobia da Aureliano, caduta Antiochia, nel 272, in potere dei Romani, il vescovo battagliero dovette cedere il posto ai suoi rivali, e la sua dottrina venne, in apparenza, soffocata. Ma essa rimase come un germe latente che poi si è svolto ed ha fruttificato nell'Arianesimo.

Il monarchianismo modalista era una dottrina antica che già si era affermata, in Roma, nella prima metà del secolo terzo. Preoccupata del pericolo inerente nel concetto di una personalità divina, la quale, nel logos-Cristo, si affermava staccata dal Dio supremo, quella dottrina tendeva a ricomporre l'unità assoluta, confondendo insieme il Padre col Figlio, e facendo del Figlio null'altro che una personificazione, una ipostasi del Padre. Questa dottrina che veniva a ferire le idee, pur metafisicamente assai modeste, dominanti nel Cristianesimo occidentale, trovò appoggio nei vescovi di Roma, Zefirino e Callisto. Da qui una lotta, di cui gli eroi antimonarchiani furono, in Roma, Ippolito, in Africa, Tertulliano. Numerosi, d'altra parte, i combattenti per l'unità assoluta di Dio, conosciuti anche sotto il nome di patripassiani, per indicare che, nelle sofferenze del Cristo, essi vedevano le sofferenze del Padre. Ultimo e più importante, fra tutti costoro, fu Sabellio, dal quale il monarchianismo prese, come setta eretica, il nome definitivo di Sabellianismo. Sabellio agitava il vessillo del rigoroso monoteismo. Il Padre, il Figlio, lo spirito erano una sola essenza, non [pg!128] erano che tre nomi applicati ad un essere solo. Posto fra Ippolito e Sabellio, il vescovo Callisto, sebbene inclinasse ai monarchiani, trovò una formola di conciliazione che non accontentò i partiti rivali, ma che, terribilmente oscura e tutta composta di frasi contradditorie, pose il mistero e l'incomprensibile come elementi essenziali della teologia, ed aperse la strada alla dogmatica della futura ortodossia.

Infatti, l'uscita dalle difficoltà in cui si dibatteva, in sul nascere, la teologia cristiana non poteva trovarsi che nell'unione forzata del monarchianismo, il quale, affermando l'unità di Dio, era il cardine della nuova fede, coll'origenismo il quale, con le sue molteplici personalità divine, rispondeva alle esigenze metafisiche della mente greca. Le grandi lotte del terzo e del quarto secolo furono appunto il crogiuolo da cui è sgorgata la corrente di una dottrina, composta dalla fusione di due metalli essenzialmente eterogenei e forzatamente uniti. Il duello fra l'eresia ariana e l'ortodossia nicena fu l'ultimo atto di questo gran dramma teologico in cui la società antica, nell'agonia dell'impero, ha esaurite le sue forze, e da cui doveva venire la legge che ha dominato, fino al secolo nostro, sul pensiero dell'umanità.

L'Arianesimo, il quale può dirsi la continuazione del monarchianismo di Paolo di Samosata, ebbe la sua radice nella scuola di Luciano d'Antiochia. Costui, discepolo ed amico di Paolo di Samosata, tenne, nei primi anni del secolo quarto, un posto eminente nel Cristianesimo orientale. E la fama e l'autorità del suo nome crebbero ancora dopo la sua morte, avvenuta nel 312, per essere egli stato una delle ultime vittime delle persecuzioni imperiali. Condotto da Antiochia a Nicomedia, egli pronunciò, davanti all'imperatore Massimino, [pg!129] un'orazione in difesa della sua fede, e poi eroicamente moriva. Quest'uomo eccellente in ogni cosa, e pieno di dottrina sacra, come dice Eusebio[166], ebbe presso di sè tutti i futuri eroi dell'Arianesimo, lo stesso Ario fra i primi, e non è improbabile che la memoria del martire che li aveva istruiti, ed aveva dato loro sì mirabile esempio, abbia infiammata la loro passione per la causa da essi sostenuta. Però Luciano mescolava molt'acqua metafisica al vino razionalista di Paolo di Samosata. Per lui il logos-Cristo, se non era un dio umanizzato, non era nemmeno un uomo divinizzato; era un essere intermedio, la prima creatura, creata da Dio, dal nulla e nel tempo, coll'ufficio di promuovere il resto della creazione, di rivelare agli uomini il Padre celeste, di offrir loro, con la vita e con la morte, un esempio di perfezione assoluta.

Tali le correnti, dal cui urto doveva sprigionarsi la scintilla incendiatrice; da una parte i lucianisti, i quali, pur riconoscendo la posizione speciale del Cristo, non ne ammettevano la divinità sostanziale; contro ad essi gli origenisti che ne ammettevano la divinità, ma ne affermavano, insieme, la subordinazione; contro ambedue queste schiere una terza, i sabelliani, che vedevano nel Cristo la persona del Padre. Questi tre partiti, chi per un verso chi per l'altro, rappresentavano, nel Cristianesimo, la tendenza razionale. Ma v'era un quarto partito, ed a questo era riserbato l'avvenire, il partito di quelli che volevano la distinzione delle persone divine, ma non volevano la subordinazione dell'una all'altra, e le riconfondevano nell'unità dell'essenza. Questi ponevano il mistero. Ma, appunto [pg!130] perchè sollevavano l'anima umana al di sopra delle contingenze razionali, avevano una forza d'attrazione che loro assicurava la vittoria finale.

Chi fece scattar la scintilla, che ha poi messo fuoco a tutto il mondo cristiano, ed ha avvolto, per più di un secolo, l'umanità in un terribile incendio di passione teologica, fu un uomo singolare e interessante, il presbitero Ario. Devoto discepolo ed ammiratore di Luciano, fervido d'ingegno e d'energia, scrittore, poeta, dialettico acuto, affascinatore potente, pieno di combattività coraggiosa, il giovane lucianista da Antiochia era venuto ad Alessandria, dove era stato eletto presbitero dal vescovo Alessandro. Per qualche tempo vescovo e presbitero procedettero di pieno accordo, ma il fuoco covava sotto la cenere, poichè ad Ario, imbevuto com'era della dottrina di Luciano, non poteva garbare la tendenza teologica d'Alessandro che a lui pareva inclinasse al sabellianismo. Un giorno, narra Socrate, Alessandro, alla presenza di tutti i presbiteri e di tutto il clero, tenne un gran discorso, teologizzando, per far pompa di dottrina, intorno alla Trinità, ed insegnando che nella Trinità esiste l'unità[167]. Parve ad Ario di aver ormai l'occasione di insorgere contro il vescovo. Egli lo accusò acerbamente di sabellianismo. «Se il padre, egli disse, generò il figlio, il generato ebbe un principio di esistenza. Da ciò è manifesto che vi fu un tempo in cui il figlio non era. E ne viene di necessità che deve aver avuto la sua esistenza dal nulla». Intorno a queste proposizioni, in cui sta tutto l'Arianesimo, che facilmente venivano [pg!131] accettate per la loro chiarezza, divampò l'incendio teologico. Ma Alessandro tenne testa al pericolo. Egli aveva al fianco un altro giovane presbitero, Atanasio, che, forte d'animo, largo di mente, era, per Ario, un rivale di cui non poteva aver ragione. E, forse, in fondo a questa grande guerra teologica che si combatteva intorno all'essenza stessa del Cristianesimo, altro non era che la rivalità e l'antipatia reciproca di due giovani dominatori ed insofferenti, i quali non potevano convivere nel medesimo nido.

Alessandro, pertanto, riuniva un concilio dal quale solennemente faceva destituire Ario e i suoi fautori, e mandava a tutti i vescovi della cristianità «agli amati ed onorandi colleghi della Chiesa cattolica, dovunque si trovino»[168] una lunga circolare in cui insisteva sugli errori d'Ario e ne giustificava la condanna. Ma Alessandro commise l'imprudenza, forse voluta, di nominare, nella sua circolare, Eusebio, vescovo di Nicomedia, come uno degli eretici pericolosi. Ora Eusebio, lontanamente imparentato con la famiglia Costantiniana, era un uomo potentissimo, che non si poteva acquietare ai rimbrotti di Alessandro[169]. Irritato egli prese apertamente le parti d'Ario e, raccolto il parere di altri vescovi concordi con lui, impose al collega di cassare la sentenza che condannava Ario.

In mezzo alla discordia che infiammava tutto l'Oriente, ecco appare Costantino col suo Quos ego. Proprio al momento in cui sperava di aver acquistato uno strumento prezioso, lo strumento gli si spezza [pg!132] in mano. Padrone solo ed assoluto del mondo, egli credette che la sua parola avrebbe sedata l'ira, e, da Nicomedia, scrive ad Alessandro e ad Ario una lettera che è un modello di ragionevolezza e di senso pratico, per indurli a porsi d'accordo ed a metter fine ad una lotta teologica che portava il discredito nel Cristianesimo, e lo rendeva oggetto di scherno agli increduli[170]. Ma le passioni erano ormai troppo accese. Atanasio ed Ario soffiavano nel foco, ed il Quos ego dell'imperatore non valse ad acquetare l'atmosfera.

Quali fossero i punti essenziali della dottrina di Ario, lo sappiamo da lui stesso che l'aveva esposta in un trattato, scritto in parte in versi, da lui intitolato Thalia, e di cui rimangono alcuni brani nella confutazione che ne fece Atanasio. Ario si dice perseguitato per essersi opposto all'affermazione che il figlio sia eguale al padre e che da lui emani, che vi sia unità di sostanza fra il generato ed il generante, e che l'uno e l'altro abbiano coesistito, fuori d'ogni principio e fuori del tempo. Dio solo, che è diventato Padre per la produzione del Figlio, non è generato, avendo l'essere in sè stesso. Inesprimibile nella sua essenza, non ha eguali. L'uomo non può che determinarlo negativamente, dicendo che non è generato, che non ha un principio sopra o prima di sè. Il Figlio cade, pertanto, al di fuori dell'essenza divina. L'indicazione del figlio come logos, verbo, saggezza di Dio, è per Ario impropria, perchè il logos, saggezza e ragione di Dio, non è che una facoltà inerente alla sua essenza. Ario così combatteva la tendenza della teologia origenica a porre, col mezzo del logos, una [pg!133] seconda e pur sempre divina ipostasi, e rendeva impossibile ogni evoluzione del concetto di Dio. Il Figlio non appartiene alla sostanza del Padre. È la creatura creata dalla volontà di Dio dal nulla — εξ οὺκ ὄντων — per procedere alla creazione del mondo. Non è vero dio — αληθινός θεός. — La dignità divina, che Ario gli riconosce, gli viene dal dono di Dio, gli viene dalla divinizzazione, conseguente alla partecipazione della sapienza e del logos di Dio.