Contro la dottrina di Ario, il vescovo Alessandro certamente sotto la dettatura di Atanasio, sosteneva l'inseparabile unità del Padre e del Figlio. Il Figlio, il logos, sta nel seno del Padre e, come creatore di tutte le cose, non può esser creato dal nulla. Per la sua eterna essenza egli è in perfetta opposizione col creato, e, per tale rispetto, non vi può esser differenza fra Padre e Figlio. E non può essere diversamente, perchè il Padre fu sempre eguale a sè stesso, ed ebbe sempre in sè il suo logos, la sua sapienza, il suo Figlio. Questi è Figlio non già per una posizione, per una θέσει, dall'interno all'esterno, ma per la natura stessa della divinità paterna. Padre e Figlio sono un'unità assoluta. Il rapporto misterioso pel quale il Figlio, per una parte si distingue dal padre, per l'altra è uno con lui per l'eternità e per l'essenza, è espresso dalla generazione del Figlio dal Padre, che indica una derivazione dell'uno dall'altro, ma una derivazione che è fuori d'ogni concetto di tempo. È, del resto, un rapporto inesplicabile all'uomo.

Data la premessa di voler esprimere l'inesprimibile, è certo che queste formole alessandrino-atanasiane, in cui si risente il soffio dell'origenismo platonico, hanno un valore metafisico assai più alto delle formole ariane, le quali, col loro apparente razionalismo, non danno [pg!134] ragione di nulla. Non vi può essere una teologia razionale. Ogni pretesa di fondare la teologia sulla ragione conduce ad un disastro inevitabile. La teologia diventa tanto più accettabile quanto più si allontana dalla ragione per avvolgersi nel mistero. Se gli Ariani fossero risolutamente usciti dal pensiero metafisico per ricollocarsi nella semplicità del Vangelo, essi avrebbero avuta un'aspirazione veramente originale. Ma dal momento che essi conservavano la teologia metafisica coi suoi misteri, solo volevano somministrarla a dosi più tenui, e tali da parer tollerabili alla mente umana, essi erano predestinati ad essere sconfitti dai loro rivali i quali, intensificando le formole dell'incomprensibile e del mistero, inebbriavano l'uomo e lo sollevavano in un aere in cui aveva come la visione, il presentimento del sovrannaturale, quella visione e quel presentimento di cui le pagine ispirate di un S. Agostino furono poi l'eloquente manifestazione.

Costantino, visto vano ogni tentativo di far posare gli animi con le sue esortazioni personali, consigliato da Osio, vescovo di Cordova, che gli stava al fianco, ed era il suo ministro per gli affari teologici, prese nel 325 il partito di raccogliere, a Nicea, un grande Concilio, coll'incarico di stabilire la formola definitiva della fede, nell'intenzione di dare alla deliberazione del Concilio l'autorità e la forza della volontà imperiale, e di imporre, per tal modo, la concordia, che, con la persuasione, non riusciva ad ottenere.

Il Concilio di Nicea fu un'assemblea obbediente al volere di Costantino, e compose una formola la quale doveva essere accettata da tutti i partiti. Ma la cosa non andò sulle prime senza molte difficoltà ed aspre lotte. Gli Ariani, guidati da Eusebio di Nicomedia, [pg!135] il futuro istitutore di Giuliano, presentarono la loro formola lucianistica. Ma la maggioranza di trecento vescovi la respinse. Allora i semiariani, gli origenisti si fecero avanti con una nuova formola, proposta da Eusebio di Cesarea, la quale, prestandosi all'equivoco ed evitando ogni troppo precisa determinazione, avrebbe potuto accontentar tutti. Ma il partito che poi, più tardi, doveva rappresentare l'ortodossia, non si lasciò guadagnare, ed istigato da Osio, il consigliere intimo di Costantino, che fu l'anima di tutte le combinazioni che avvenivano nel retroscena del Concilio, propose una terza formola, o meglio una correzione della formola eusebiana, e vi incluse la famosa parola ομοούσιος, consostanziale, la quale esprime l'assoluta identità ed unità di sostanza del Padre e del Figlio[171]. Malgrado che questa parola sollevasse gravi opposizioni e perchè nuova, inusata affatto nel vocabolario teologico, e perchè pareva fortemente intinta di monarchianismo sabelliano, e quindi destinata a far scomparire la personalità del Cristo, pure le opposizioni, per quanto ragionevoli, cedettero davanti alla volontà di Costantino. Nel diffondere e nell'imporre la deliberazione del Concilio, Costantino mise uno zelo, un'energia, un ardore oratorio ed epistolare che dimostra come egli vedesse, nell'acquetamento delle ire teologiche, un supremo affare di Stato. Ed egli volle dare al Concilio la sanzione del suo intervento personale e di pompe fastose e perfino di banchetti che ne accrescessero il lustro e l'importanza davanti al popolo[172]. L'imperatore s'illudeva di aver stabilita la [pg!136] pace della Chiesa e creato quello strumento di governo di cui sentiva il bisogno.

Ma l'illusione svanì presto. La formola nicena diventò un nuovo tizzone di discordia. L'Oriente ecclesiastico era già troppo essenzialmente ariano ed origenista, perchè potesse ingoiare, senza resistenza, il duro boccone che l'imperatore gli presentava. Costantino sentì di non poter tenere la posizione, e, sebbene persistesse a fare ed a ricevere dichiarazioni di ortodossia, cominciò a cambiar sistema coi più illustri anatemizzati dal Concilio di Nicea, e riammise nel suo favore Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea[173]. E, poco dopo, circuito da reti pretesche e femminili, finì per permettere allo stesso Ario il ritorno in Alessandria[174]. Ma, Costantino non aveva pensato che, ad Alessandria, era diventato vescovo Atanasio, ed Atanasio non era uomo da piegarsi ai voleri suoi, e da accondiscendere ad una riconciliazione coll'aborrito rivale. Dall'incontro dei due uomini venne infatti un rinfocolamento d'ire, di dispute, di accuse reciproche, fra cui Costantino ondeggiava, pur inclinando sempre più dalla parte d'Ario e d'Eusebio. E, forse, sarebbe avvenuto un completo rivolgimento della posizione, se la morte improvvisa e misteriosa d'Ario[175] non avesse privato il suo partito del massimo sostegno, e impressionato fortemente l'animo di Costantino. Questi moriva l'anno seguente, lasciando la Chiesa assai più divisa di quanto lo fosse prima del Concilio di Nicea, e lacerata da ire e da [pg!137] passioni tanto feroci da togliere ogni fascino al Cristianesimo, agli occhi di un osservatore disinteressato[176]. La divina e semplice religione del Vangelo era diventata un campo di dispute furiose, e molte volte sanguinose, intorno a vuote sottigliezze metafisiche.

Costanzo, successo al padre nell'impero d'Oriente, sentì che la forza maggiore era dalla parte degli Ariani, ed, essendo assai più libero di suo padre, perchè non compromesso, come lui, nella deliberazione di Nicea, non esitò di seguire i consigli di Eusebio, da lui chiamato, da Nicomedia, alla sede di Costantinopoli, ed esigliò Atanasio da Alessandria. Ma la teologia degli imperatori era dominata dalle necessità politiche. Ora, mentre Costanzo, in Oriente, prendeva in mano la causa dell'Arianesimo, Costante, l'altro figlio di Costantino, teneva alta, in Occidente, la bandiera dell'ortodossia, ed era tanto infervorato da minacciare la guerra al fratello, se non richiamasse Atanasio, che si era rivolto a lui[177]. E Costanzo, per non aggiungere alle difficoltà che lo amareggiavano nella campagna contro il re di Persia le difficoltà interne di una lotta teologica col fratello, temperò la foga del suo Arianesimo, ripose Atanasio, nel 346, nella sede di Alessandria, e con ripetute e cortesi lettere lo fece venire alla sua presenza, sebbene l'acuto uomo non avesse molta fede nella sincerità dell'imperatore[178].

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Gli avvenimenti mostrarono quanto fossero fondati i sospetti di Atanasio. Infatti, ucciso Costante dal ribelle Magnenzio, il fratello Costanzo, diventato solo imperatore, senza ostacoli e senza paure, riprese la primitiva sua politica ecclesiastica, e tosto scacciava Atanasio da Alessandria, dove era appena rientrato, ed anzi lo avrebbe anche ucciso, se il vescovo, avvertito del pericolo, non si fosse salvato, fuggendo a tempo dalla città. Ma Costanzo non si fermò nella sua persecuzione. Raccolto nel 355, in Milano, un Concilio solenne, volle che pronunciasse una sentenza di condanna, per la quale Atanasio più non potesse ritornare in Alessandria. Contro tale sentenza insorsero coraggiosamente tre vescovi occidentali, Paolino di Treviri, Dionisio d'Alba ed Eusebio di Vercelli. E il concilio di Milano si sciolse, dopo aver fornito ancora maggior esca all'incendio che già spaventosamente divampava.

Se non che i vincitori di Atanasio non si conservarono uniti, e la discordia si accese ben presto nel loro campo. Gli Ariani puri, guidati da Aezio, un irrequieto ed audace personaggio che avremo più tardi occasione di meglio conoscere, non si accontentavano di affermare la personalità distinta del Padre e del Figlio, ma volevano il Figlio dissimile dal Padre per la sostanza. Gli Ariani origenisti, i semiariani, come si chiamavano, dei quali era anima Basilio d'Ancira, pur tenendo distinte sostanzialmente le due persone, affermavano l'eguaglianza delle due sostanze. Fra questi semiariani e gli atanasiani ferveva la lotta intorno ad un i. Infatti mentre gli atanasiani volevano che il Figlio fosse ομοούσιος col Padre, cioè, ne avesse la stessa sostanza, i semiariani, interponendo un i, dicevano che il Figlio era ομοιούσιος, cioè, aveva una sostanza [pg!139] distinta ma simile a quella del Padre. Questi Ariani moderati inclinavano evidentemente a trovare una transazione con gli Atanasiani. Quel famoso i che essi introducevano nell'epiteto, inventato a Nicea, era la loro difesa contro il pericolo paventato di veder sparire, insieme alla distinzione delle sostanze, anche quella delle persone, delle ipostasi, come dicevano, ciò che sarebbe stata una caduta nel monarchismo sabelliano. Quando questa distinzione delle persone fosse posta al sicuro, era prevedibile che sarebbe avvenuta la conciliazione delle due parti. Se non che, prima di arrivarci, bisognava attraversare un ultimo periodo di dispute confuse ed ardenti. L'imperatore Costanzo, sempre più infervorato di Arianesimo, non accettava nessuna transazione, ed escludeva, come sospetta, qualsiasi formola che, pur conservando la dualità e la subordinazione delle ipostasi, ammettesse, non già l'identità, ma l'eguaglianza della sostanza. La Corte di Costanzo era tutta ariana, ed ariani intransigenti, per quanto larvati, i vescovi che vi erano ascoltati. In quella trovata dell'i essi vedevano piuttosto un tranello che una difesa. Ma pure l'Arianesimo rigoroso non era più sostenibile, battuto oramai da ogni parte. Costanzo, per far mostra di moderazione, esigliava Aezio, il duce degli Ariani. Un bisogno, un desiderio di pace cominciava ad imporsi. I Concilî si succedevano ai Concilî, in Oriente ed in Occidente, le formole alle formole, tutto il mondo cristiano non risuonava che di interminabili discussioni, in cui la sottigliezza stessa degli argomenti diventava scintilla di nuove discordie, senza che mai si potesse venire all'invocata chiusura. La pietra dello scandolo per gli Ariani, più o meno ipocritamente mascherati, era quella parola ουσία — sostanza — che [pg!140] si trovava nella formola degli Ariani origenisti e transigenti. Davanti a quella parola, i vescovi che stavano al fianco di Costanzo e lo circuivano coi loro intrighi, Valente, Ursacio, Germinio, Acacio, sentivano farsi più viva la diffidenza e strepitavano. Basilio d'Ancira ed i suoi compagni, che avevano inventato quel famoso i, riuscivano ancor più sospetti degli atanasiani puri. Quei vescovi cortigiani volevano trovare una formola che li distinguesse, in apparenza, dagli Ariani intransigenti, caduti ormai, con Aezio, ufficialmente in discredito, ma che pure assicurasse loro la vittoria sugli aborriti rivali ed impedisse il possibile risorgimento della dottrina nicena. Per la loro influenza e per opera loro si formò un nuovo partito, il partito omoico, il quale ammetteva che il Figlio fosse simile al Padre, secondo la volontà, — κατὰ τὴν βοὑλησιν — ma non voleva, in alcun modo, che si accennasse lontanamente ad un'eguaglianza di sostanza. Questo partito si affermò, la prima volta, a Sirmio, nel 359, con una formola che diceva genericamente il Figlio simile in tutto al Padre. Ma anche quell'in tutto, quel κὰτα πὰντα che, per la sua indeterminatezza, non aveva valore, fu poi escluso, pei maneggi degli arianeggianti, nella formola definitiva, uscita dai sinodi tempestosi di Rimini e di Seleucia. La somiglianza del Figlio col Padre non ebbe altra determinazione che quella contenuta nelle parole — secondo le scritture, — messe lì come un talismano il quale impedisse che la formola venisse alterata[179]. Costanzo, nell'anno antecedente la sua morte, prima di partire da Costantinopoli, imponeva [pg!141] alla Chiesa questa formola opportunista, per la quale s'illudeva di comporre, mercè una transazione politica, un profondo dissidio dottrinale.