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Quando Giuliano prese in mano le redini dell'impero, egli trovava questa situazione di cose, una pace imposta sulla base dell'opportunismo. Era chiaro che questa pace non aveva la condizione della durata. Ma Giuliano, nell'interesse della sua causa, ne precipitò la rottura. Egli, come vedremo meglio a suo luogo, dichiarava di essere affatto estraneo ai partiti ed alle dispute teologiche dei Cristiani, e permetteva, quindi, il ritorno nelle loro sedi ai vescovi esigliati da Costanzo, che erano, appunto, i malcontenti e dell'una parte e dell'altra. Le previsioni di Giuliano si avverarono; la ricomparsa di quegli uomini battaglieri sulla scena teologica riaccese le discordie e le dispute. Ma non ne venne la conseguenza ch'egli aveva sperata, cioè, lo sfacelo dell'odiato Cristianesimo. Atanasio, ritornato ad Alessandria, per esserne ricacciato da Giuliano col solo atto di aperta intolleranza di cui siasi macchiato, risollevava tosto, con la sua indomabile energia e col suo spirito agitatore, il suo partito, e riponeva in difficili condizioni il vittorioso Arianesimo. Durante i tre anni passati in esiglio, il vecchio difensore dell'ortodossia nicena, sebbene lontano dal campo di battaglia, aveva partecipato alle emozioni della lotta, e con una serie di scritti ardenti, dogmatici, storici, apologetici, aveva tenuto alto il coraggio degli amici e ricordato ai nemici ch'egli ancor viveva. Già in questi scritti del vecchio ma non stanco atleta si rivela la tendenza ad offrire la mano agli sconfitti [pg!142] partigiani della ομοιουσία, della somiglianza fra la sostanza del Padre e quella del Figlio e ad attenuare le differenze che li distinguevano dai partigiani della ομοουσία, della identità fra le due sostanze. Nel preveduto, possibile accordo fra l'ortodossia e la frazione origenista dell'antico Arianesimo, oramai in aperta ostilità con la frazione intransigente, egli sentiva trovarsi la condizione della vittoria sull'eresia trionfante nella Corte di Costanzo e nel mondo ufficiale[180]. Morto Giuliano, l'eroico vescovo, rimasto padrone del campo, con una temperanza di giudizio e di condotta, che mostra quanta e quanto vera fosse la sua grandezza, piegò apertamente alla conciliazione. In Occidente il movimento conciliativo era promosso da due scrittori di grande ingegno, Ilario, detto l'Atanasio dell'Occidente e Mario Vittorino, il filosofo neoplatonico di cui Agostino ci narra la commovente conversione[181]. In Oriente il movimento ebbe un prezioso aiuto in quei tre insigni personaggi della Chiesa che si chiamavano i tre Cappadoci, Basilio il grande, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, il nemico acerrimo di Giuliano. L'origenica eguaglianza dell'essenza nel Padre e nel Figlio venne a trasformarsi nell'atanasiana identità, ma venne, insieme, solennemente proclamata la distinta trinità delle persone. Così fu fondato il dogma essenziale della metafisica cristiana — una sola sostanza in tre persone — μἴα οὐσία ὲν τρίσιν υποστάσεσιν.
Questa formola divenne con Teodosio legge suprema, non solo della Chiesa, ma anche dello Stato, che minacciava [pg!143] il castigo del suo braccio a chi ardisse disobbedirla, e così l'intolleranza religiosa entrò nel mondo e vi cominciò il suo regno funesto. In Occidente l'ortodossia nicena si diffuse e pose facilmente radice, perchè l'Occidente, durante la gran disputa, era sempre stato favorevole ad Atanasio. L'unico episodio acuto fu la lotta sostenuta da Ambrogio contro la reggente imperatrice Giustina che aveva portata a Milano una tardiva simpatia per l'Arianesimo, e aveva cercato di raccogliere, alla sua Corte, i dispersi partigiani della vinta dottrina. Ma Ambrogio che già, con Graziano, antecessore e fratellastro del fanciullo Valentiniano 2º, di cui Giustina era madre e tutrice, aveva fatto trionfare l'ortodossia, e spinto lo Stato nella via dell'intolleranza, si pose arditamente a fronte dell'imperatrice, e forte della devozione del popolo, ne ebbe facile vittoria. E l'Arianesimo, nel mondo romano, fu spento, e dato all'ortodossia un impero che non fu scosso nemmeno allorquando l'Arianesimo ricomparve sulla scena del mondo, riportato dai Goti e dai Longobardi. Il gran dramma teologico, i cui elementi si erano elaborati nel secolo terzo, e in cui lo Stato, a Nicea, entrò con Costantino come attore principale, si chiuse col finire del secolo quarto. Ambrogio ha compiuta l'opera che Atanasio aveva iniziata. Costantino voleva istituire un'ortodossia religiosa che fosse uno strumento dello Stato. Graziano e Teodosio ne fecero una potenza a cui lo Stato servì di strumento. E il pensiero umano rimase imprigionato per sempre.
La vittoria dell'ortodossia nicena, alleatasi colla destra origenica dell'Arianesimo, fu un avvenimento di suprema importanza che ha determinato l'indirizzo del Cristianesimo per lunga serie di secoli. Da quella vittoria è stato creato il Cristianesimo metafisico, [pg!144] scientifico e dogmatico. Se avesse trionfato la dottrina di Paolo di Samosata che era poi quella dell'Arianesimo puro, la semplice dottrina che affermava l'esistenza di un Dio padre, rivelato da un uomo divinizzato per la sua virtù, non sarebbero stati possibili nè S. Agostino nè S. Tomaso. La semplicità della concezione, accessibile e comprensibile a tutti, avrebbe tolta la necessità di ardue e complicate costruzioni dogmatiche. Ma quella dottrina, appunto per la sua semplicità, non poteva soddisfare le esigenze dello spirito greco-latino, sitibondo di fantasie metafisiche, e infervorato dell'idealismo platonico che Plotino, Porfirio e i neoplatonici avevano riacceso nel mondo del pensiero. Origene fu il primo e vero legislatore della metafisica cristiana ch'egli plasmò coi materiali del Neoplatonismo. Questa metafisica era una cosmologia in cui le idee, sotto la forma delle ipostasi divine, conservano quella stessa funzione che hanno nel sistema di Platone. La cosmologia origenica era già, per sè stessa, fantastica, complicata e misteriosa. Ma, alleandosi con l'ortodossia nicena, divenne ancora più ardua a comprendersi, o, diremo, la parola esatta, divenne più irrazionale, poichè, dal momento che quell'ortodossia negava affatto la subordinazione del logos a Dio, ed affermava l'assoluta unità di sostanza nelle persone, che pur si volevano conservare distinte, essa, come già dissi, intensificava il mistero. Da qui la creazione elaborata, in ogni sua parte, dalla gran mente di S. Agostino, di una religione metafisica, cosmologica, incomprensibile, la quale, perchè incomprensibile, dovette imporsi come un dogma che non si discute, di cui la Chiesa possiede sola la chiave. E così fu sepolta la pura, la divina ispirazione del Vangelo. La Chiesa divenne signora assoluta del [pg!145] pensiero umano, che solo in essa poteva trovare la conoscenza del vero, che fuori di essa non avrebbe incontrato che l'errore e la perdizione.
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Mentre nel mondo del pensiero teologico e nelle grandi discussioni dei Concilî ferveva questo movimento pel quale si innestavano le idee platoniche sul tronco del monoteismo e si creava una dogmatica tutta a tesi incomprensibili e, appunto per questo, imposte come articoli di fede, il Cristianesimo, diffondendosi in tutti gli strati sociali, si sostituiva al Paganesimo, paganizzandosi e diventando idolatra. E così doveva essere, perchè le condizioni intellettuali dell'umanità non si erano affatto mutate, e, pertanto, rimaneva inalterato, nel pagano e nel cristiano, il modo di concepire la divinità e la sua azione sul mondo. I Santi e i Martiri presero il posto delle antiche divinità, e il culto si modellò sui riti politeisti, seguendo, sopratutto, la traccia dei Misteri. «Il Cristianesimo, dice il Müller, ha assorbito il Politeismo ed ha preso il posto che questo lasciava vuoto. Le rovine del mondo antico si ricompongono a nuova vita nella Chiesa. La vita religiosa del popolo e le cerimonie ecclesiastiche sono l'immediata continuazione della vita e delle cerimonie antiche. Non v'ha interruzione. L'aspetto del mondo rimane il medesimo. La religiosità del popolo si esprime, come già nel Paganesimo, nel regolare e corretto adempimento dei doveri rituali, e quanto più ricche sono le forme del culto, e tanto più soddisfatto vi si sente il popolo. Il Cristianesimo ha appena graffiata la pelle del mondo antico. Solo in pochi viveva la coscienza che [pg!146] il Cristianesimo non deve abbandonarsi a questa tendenza, che il cristiano è chiamato piuttosto ad un'intima ed immediata comunione con Dio, e questa coscienza li conduce all'ascetismo»[182].
Costantino, volendo farsi della Chiesa un aiuto, e crearsene uno strumento di potenza, le diede ricchezze e privilegi, e indirettamente la trasformò radicalmente. Essa non fu più quella confraternita religiosa, composta di poverelli, spesso perseguitata, senza alcuna influenza mondana, che si appagava di un culto semplice, celebrato fra umili e domestiche pareti. Trionfante, sentì il bisogno, onde imporsi alle turbe, del lusso che attira, delle leggende che consolidano la fede. Essa approfittò, nella sua evoluzione, dello spirito dei tempi, si mondanizzò al contatto del Paganesimo, e ne prese molte delle abitudini. Da qui, il fasto, il lusso, la gerarchia numerosa che già si osserva nel quarto secolo. Sviluppò la sua liturgia, formulò, nei Concilî, i suoi dogmi, li sostenne con furore, ed istituì le sue feste. La vita del clero e del vescovo non poteva esser quella della Chiesa primitiva. Diventò corrotta e lussuosa. Ammiano descrive i vescovi cittadini che «arricchiti con le oblazioni delle matrone, percorrono le vie assisi nei cocchi, vestiti splendidamente, amatori di banchetti abbondanti, così da superare le mense regali»[183].
La Chiesa accettò le divisioni dell'amministrazione romana, le prese le sue idee di gerarchia, e sentì il desiderio di avere un gran numero di funzionari. La preoccupazione delle cure mondane le fece dimenticare [pg!147] quell'amore della debolezza e della povertà che era stato in origine la sua forza d'attrazione. Una religione semplice, un Dio supremo, creatore del cielo e della terra, un redentore dell'umanità non potevano bastare ad uomini avvezzi alla molteplicità dei santuari e degli dei. La Chiesa, pertanto, fu condotta a riconoscere delle divinità secondarie e più umane a cui rivolgere le preghiere, e sentì la necessità di istituire un culto secondario a fianco di quello che si rendeva al Dio supremo. Così nacque il culto dei santi.
L'antica religione, con le sue numerose divinità, continuò, dunque, a vivere, sotto il velo di questo culto. Il santo raccolse intorno a sè quegli stessi adoratori che prima si rivolgevano agli antichi numi pagani. Il santo adempì tutti gli uffici loro. Come Mercurio, egli aiuta le imprese, custodisce le proprietà, come Esculapio ridona la salute. Il culto dei santi finì per diventare la sola e vera religione del popolo, al quale i dogmi restavano ignoti. È con questo culto che il Cristianesimo potè sostituirsi al Paganesimo, di cui prendeva le forme. In tutte le manifestazioni esteriori della religione il Paganesimo trionfa. Non c'è stato nemmeno un combattimento fra il Paganesimo ed il Cristianesimo per la maggiore o minor prevalenza della superstizione e del formalismo; il primo si è introdotto nel secondo alla chetichella, facendo continui progressi, man mano che i fedeli aumentavano, ed, al fine della conquista, si trovò che la Chiesa si era, senz'avvedersene, trasformata e che il suo culto esterno non era, in fondo, che la restaurazione del culto antico[184].
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