La paganizzazione del Cristianesimo, che avveniva nella dogmatica e nel culto, si verificò, ben presto, anche nei costumi appena il Cristianesimo diventò religione riconosciuta e dominante e conquistò le masse. La tenacia con cui si curavano i beni, si volevano i godimenti della terra non rimase per nulla indebolita dalla conversione degli uomini al Cristianesimo. Esser pagani o cristiani, pel risultato morale, era tutt'uno. Si poteva quasi dire che il Paganesimo si era, in parte, purificato col gittare sul Cristianesimo alcuni dei suoi peggiori elementi. Ed era naturale che ciò avvenisse. Con gli imperatori cristiani, l'essere cristiano era una condizione necessaria al successo nella vita. Per restar pagani ci voleva della virtù ed una forte convinzione. Lo spettacolo che offriva la Corte dei Costantiniani, quella di Costanzo, per esempio, con gli intrighi che vi dominavano, con gli eunuchi che vi avevano signoria assoluta, con gli eccidî neroniani che vi si perpetravano, mostrava il naufragio morale a cui era fatalmente andato incontro il Cristianesimo, dal momento in cui, dall'essere la religione di una minoranza perseguitata, diventò la religione riconosciuta dello Stato. Finchè il Cristianesimo richiese ed usò tutte le forze di quella minoranza nella lotta di resistenza contro la persecuzione, esso moralizzò potentemente l'uomo, sollevandolo al sentimento di un'eroica virtù. Ma il Cristianesimo, allorquando vittorioso potè adagiarsi nella sicurezza e nella pace, lasciò l'uomo libero di ritornare all'esercizio delle sue passioni e di rivolgere al male tutte le energie che non erano più assorte in un combattimento supremo. Così avvenne che il mondo e l'uomo, per essere diventati cristiani, non si mutarono affatto. Anzi, a rendere peggiore la condizione degli animi e delle [pg!149] cose, si aggiunse un fenomeno affatto nuovo, quello dei partiti e delle ire teologiche. Le metafisiche, nel mondo antico, erano semplicemente delle opinioni. Ma il Cristianesimo ellenizzato fece della metafisica un dogma indiscutibile. Da qui la conseguenza dell'intolleranza dottrinale, perchè la fede nel dogma diventava la condizione della salvezza, e siccome ogni partito pretendeva di essere in possesso della verità assoluta, così si sentiva nel diritto e nel dovere di combattere, non solo con la ragione, ma con la violenza, l'errore degli altri. Lo spettacolo delle discordie teologiche era tanto scandaloso che Ammiano Marcellino, come vedemmo, non esitava ad affermare che i Cristiani si laceravano gli uni gli altri con la ferocia delle belve.
Se non che, nell'intima natura del Cristianesimo, era tanta forza, e quella sua natura rispondeva così efficacemente a determinate esigenze dell'anima umana che era inevitabile venisse una reazione contro il suo abbassamento alle condizioni della vita e del mondo. E la reazione prese forma e corpo nel monachismo. L'ascetismo, cioè, la rinuncia al mondo, per isolarsi e per sublimarsi nelle contemplazioni ideali, non era cosa ignota all'antichità. Ma la novità cristiana fu l'organizzazione di una società monacale che in sè realizzasse l'ideale cristiano nella sua purità. Si ebbero così due Cristianesimi; il Cristianesimo che, vivendo della vita di tutti, doveva corrompersi ed abbassarsi al livello dell'umanità che lo praticava, e il Cristianesimo che, appartandosi dal mondo, nella solitudine organizzata dei conventi, teneva acceso l'ideale delle aspirazioni e delle virtù di cui il Vangelo era il codice divino. Il monachismo, come ogni cosa umana, finì per traviare dalla purezza dell'ideale [pg!150] e per accordarsi con le esigenze mondane, diventando, esso pure, uno strumento di passioni e di interessi terrestri. Ma, in origine, fu una reazione salutare, la quale ha salvato il Cristianesimo, perchè ne ha tenuta viva la forza d'attrazione, quando fu spenta quella che gli veniva dall'esempio dell'eroismo perseguitato. Le esigenze della vita cittadina, domestica, civile, abbassavano il Cristianesimo al livello del Paganesimo a cui succedeva. Il monachismo creava un'organizzazione in cui quelle esigenze scomparivano, e, per tal modo, sosteneva il Cristianesimo nella sua altezza ideale. Quanta fosse l'efficacia dell'esempio monacale per promuovere la conversione al Cristianesimo, alla fine del secolo quarto, lo vediamo dal famoso racconto di Pontiziano, nelle Confessioni di S. Agostino, e dall'impressione che questi ne ha ricevuto[185].
Il movimento monacale trovò appoggio e favore in Atanasio e nel partito ortodosso, mentre l'Arianesimo lo guardò con antipatia e con sospetto. Qui ci appare una delle ragioni per le quali ad Atanasio rimase la vittoria finale. L'Arianesimo rappresentava il razionalismo ma, insieme, l'impoverimento del Cristianesimo. L'idealità mistica e il sentimento morale vi andavano completamente perduti. Il Cristianesimo veniva adattato, senza freni e senza reazioni salutari, ai bisogni del vivere sociale ed agli interessi mondani. Diversa era l'attitudine dell'ortodossia. Ambrogio spingeva, è vero, Graziano e Teodosio sulla via dell'intolleranza, ma non esitava ad affrontare il violento e potentissimo Teodosio, per chiamarlo al pentimento delle sue colpe. Invece i vescovi ariani o semiariani, che avevano circondato [pg!151] Costantino e più ancora Costanzo, cercavano, nell'indulgenza pei delitti degli imperatori, una ragione di influenza e di successo. Il partito atanasiano conservava, assai meglio del partito rivale, il sentimento dell'essenza morale del Cristianesimo. Perciò, esso favorì il monachismo come una protesta contro la mondanità invadente, ed è per ciò che le più belle, le più grandi figure, in questo periodo di lotta teologica, si trovano tutte nelle schiere dell'ortodossia nicena.
Il monachismo, che s'iniziò in Egitto, dove trovava il terreno preparato dall'ascetismo praticato dai devoti d'Iside e di Serapide, poteva diventare un pericolo per la Chiesa, quando la protesta fosse diventata aperta ribellione. Ma l'ortodossia vittoriosa ebbe su di esso un'azione sapientemente moderatrice e lo contenne nei limiti di un'affermazione religiosa che conservò accesa e visibile la fiamma dell'ideale cristiano. Però, se il monachismo ha indubbiamente giovato a salvare il pericolante ideale cristiano, ha pure indirettamente contribuito a mondanizzare la Chiesa, perchè ha stabilito una divisione ben netta e precisa fra coloro che seguivano, in tutta la loro purezza, i principî cristiani e coloro che li adattavano agli interessi terrestri. Questo adattamento diventava, fino ad un certo punto, legittimato dall'esistenza, nel seno della Chiesa, di un'organizzazione che si era assunto l'ufficio di adempire, nella sua perfezione, la legge del Cristo, e che, pertanto, pareva autorizzasse tacitamente a trasgredirla coloro che di essa non facevano parte.
Questo così rapido corrompimento del Cristianesimo, diventato vincitore e costituitosi in autorità riconosciuta, è uno dei fatti più suggestivi, anzi, più chiaramente istruttivi che ci presenti la storia umana. Il [pg!152] Cristianesimo aveva posto un principio affatto nuovo e propriamente sublime, quello dell'eguaglianza degli uomini, da cui veniva il dovere dell'amore e del rispetto vicendevole, principio e dovere che avevano avuta la suprema sanzione nel supplizio ignominioso di un dio che si era sacrificato per la salvezza dell'umanità. Questo principio che era la negazione della base su cui si fondava la società antica ha attratto a sè le turbe innumerevoli degli oppressi e degli infelici, e ha dato a quella società una scossa a cui non ha saputo resistere. Ma il Cristianesimo si è poi dimostrato affatto impotente a rimodellare, su quel principio, una nuova società. La società cristianizzata non fu moralmente migliore della società pagana, di cui aveva allentata tutta la compagine politica e civile. S'era, naturalmente, addolcita la schiavitù[186], ma la Chiesa, diventata potente, ben si guardò dall'abolirla. L'abolizione non venne dal Cristianesimo vittorioso, ma dalle invasioni barbariche, per le quali una nuova forma di servitù, la servitù della gleba, prendeva il posto della servitù personale[187].
L'inettitudine del Cristianesimo vittorioso a trasformare il mondo e la società coi principî che pure erano il fondamento della sua dottrina ci dimostra che il progresso umano sulla via della civiltà deve conseguire da cause diverse di quelle contenute in una predicazione, in un insegnamento puramente morale. Quali siano queste cause cercheremo alla fine di questo libro. Per ora noi ci limitiamo a ricreare l'ambiente in cui si svolse il tentativo di Giuliano. Vedemmo [pg!153] come il Cristianesimo, appropriandosi il pensiero filosofico, lo avesse intensificato così da accendere intorno ad esso le più forti passioni, da farne la questione suprema, da sostituire, nel fondamento della fede, il dogma al sentimento. Se non che, siccome questo fervore di pensiero metafisico, questa brama di spiegazioni trascendentali non erano esclusivi al Cristianesimo, ma rispondevano ad una speciale condizione dello spirito umano in un determinato momento della sua evoluzione, così noi li ritroviamo anche nel campo nemico, dove si manifestavano in un sistema parallelo a quello della dogmatica cristiana, in un sistema che permetteva la trasformazione del Politeismo antico in una religione la quale, col suo simbolismo metafisico, poteva pretendere ed illudersi di combattere e di vincere il Cristianesimo. Di questa filosofia religiosa Giuliano era il più fervente discepolo. In essa egli trovava le ragioni, l'ispirazione e le armi per la sua guerra contro il prevalere del Cristo. Prima, dunque, di narrare le vicende di quella guerra, guardiamo, per un istante, la dottrina di cui il futuro apostata s'era segretamente nutrito, mentre intorno a lui risuonava il frastuono delle dispute che squarciavano la Chiesa nascente.
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[IL NEOPLATONISMO]
La diffusione del Cristianesimo, il suo riconoscimento come religione di Stato, il suo progressivo adattamento alle esigenze ed alle condizioni del tempo, e, finalmente, le terribili lotte intestine che lo hanno dilaniato, durante l'elaborazione di un corpo di dottrina, affermato come ortodossia dogmatica, ecco gli elementi che compongono il quadro della società greco-romana, per tutto il corso del secolo quarto. Se non che la società non si lasciava trasformare senza qualche resistenza, e tentava di contrapporre alla costruzione metafisica e religiosa del Cristianesimo un sistema che, sostituendosi al Politeismo naturalistico e razionale, od, almeno, infondendo nelle sue forme uno spirito nuovo, tenesse in piedi l'antica compagine di tradizioni, di pensiero, di organizzazione sociale. Questo sistema fu il Neoplatonismo. Qui notiamo subito, come, del resto, abbiamo, più sopra, già veduto, che il Neoplatonismo, alla cui fonte Origene si era abbeverato, ponendo Dio nel soprannaturale, dichiarando che il misticismo era la sola via per la quale l'uomo potesse unirsi a un [pg!156] Dio incomprensibile appunto perchè soprannaturale, è stato la matrice da cui è uscita la teologia cristiana. Non erano neoplatonici gli Ariani, che guardavano con sfiducia e sospetto la frondosa ramificazione delle idee metafisiche intorno al tronco del Cristianesimo ed avevano la suprema preoccupazione di salvare il monoteismo evidentemente compromesso. Ma l'ortodossia la quale, mescolandosi all'origenismo temperato, mise poi capo, passando per Atanasio, Ilario, Basilio e i due Gregori, a S. Agostino, non fu che uno schietto Neoplatonismo. Fra il Neoplatonismo cristiano ed il Neoplatonismo ellenico correva, però, una differenza essenziale. Il primo presentava un nuovo Dio, il quale aveva una perfetta oggettività storica ed un'incomparabile efficacia d'attrazione; il secondo teneva in piedi le divinità antiche, ma le spogliava di ogni contenuto personale e le riduceva alla condizione di puri simboli. Era chiaro che, per questo rispetto, il vantaggio era tutto dalla parte del Cristianesimo. Ora, il grande interesse che presenta il tentativo di Giuliano è quello, appunto, di aver voluto, sulla base di una filosofia identica, in fondo, a quella del Cristianesimo, opporre al Dio cristiano gli antichi dei dell'Olimpo ellenico. Giuliano volle fare, nel Politeismo, ciò che il Cristianesimo aveva già fatto, cioè, unire la filosofia alla religione e creare una teologia, una dogmatica politeista, la quale, organizzandosi in una gerarchia ecclesiastica, potesse rivaleggiare col Cristianesimo nella ricchezza della dottrina cosmologica e mistica, e che, insieme, conservando in vita gli antichi numi, le abitudini e le tradizioni antiche, salvasse la civiltà ellenica, l'Ellenismo, com'egli diceva, dalla catastrofe che, per effetto del Cristianesimo, gli pendeva sul capo.
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