Per far questo, Giuliano voleva ricondurre il mondo al Politeismo, ma ad un Politeismo essenzialmente riformato. La religione, nel mondo antico, era propriamente una funzione dello Stato. Un urto, una discordia, una separazione fra la religione e lo Stato non era neppure imaginabile; la religione era necessariamente l'ancella dello Stato, perchè era lo strumento necessario, il fattore indispensabile della sua conservazione. Il Cristianesimo perseguitato portò nel mondo il concetto di una religione che si costituisce come una forza indipendente dallo Stato. Ma, appena fu riconosciuto come religione ammessa nell'Impero, rivelò la tendenza a sovrapporsi allo Stato, così da rovesciare le parti e da fare della religione, organizzata disciplinarmente nella Chiesa, la potenza dominatrice dello Stato servo.
Ebbene Giuliano, e questo è uno dei tratti più singolari del suo tentativo, volendo fare della sua religione un istituto moralizzatore, volle, egli pure, separarla dallo Stato, e tentò di organizzare una vera Chiesa politeista, la quale fosse maestra ed esempio di dottrina e di virtù. Noi abbiamo veduto, nell'analisi [pg!501] delle istruzioni date da Giuliano a personaggi cospicui di quella sua Chiesa, come l'organizzazione formasse una delle principali sue preoccupazioni, ed a quali sottili cure e provvedimenti egli sapesse discendere. Dicemmo anche che, per la purezza delle intenzioni e per la natura dei consigli, ch'egli dava ai suoi sacerdoti, relativi alla condotta ed alle abitudini che avrebbe desiderato vedere in essi, le lettere di Giuliano potrebbero considerarsi come pastorali di qualche vescovo cristiano che s'ispirasse agli ideali dei primi tempi, e produce un ben curioso effetto il sentirvi, talvolta, un'eco genuina di quello stesso Vangelo che Giuliano così cordialmente disprezzava. Egli voleva propriamente fondare sulla santità la sua Chiesa politeista, così che da essa emanasse un soffio di epurazione morale. E per riuscire a questo, nell'entusiasmo della propaganda, dava di cozzo nelle abitudini e nei costumi del suo tempo. Giuliano era un puritano politeista. Ora, tentare il connubio del puritanesimo col politeismo era cosa che non poteva venir in mente che ad un sognatore, educato nel misticismo delle sette neoplatoniche. Il mondo si ribellava a questo strano tentativo di imporgli una morale severa, in nome di Bacco e d'Apollo, diventati simboli di idee mistiche e filosofiche. La società, che aveva, in sì breve tempo, corrotto il Cristianesimo, non era per nulla disposta a lasciarsi disciplinare e correggere dal Politeismo riformato. Ancora si sarebbe capito il ritorno alla religione festosa e libera dell'Ellenismo genuino. Ma Giuliano, col suo culto pesante e severo, toglieva al Politeismo ciò che ne era stato la grazia, il fascino supremo, e non trovava, all'infuori che nei pochi iniziati da cui era circondato, che freddezza e scherno. Si comprende il suo [pg!502] scopo. Egli voleva tener in piedi la civiltà antica che si sfasciava in ogni sua parte, sotto l'azione del Cristianesimo che le toglieva le tradizioni, gli ideali, le credenze, tutto, infine, quel complesso di principî di sentimenti che sono la ragion d'essere di una civiltà. Ma, insieme, sentiva che il Cristianesimo si era siffattamente insinuato in tutti i meati, se posso così esprimermi, dell'anima sociale e individuale che il ritorno all'antico sarebbe stato impossibile, ed egli si è accinto all'impresa, non meno impossibile, di cristianizzare la società e la religione, senza farle diventar cristiane. Egli vedeva che il Cristianesimo, nella metafisica e nelle forme esteriori del culto, si avvicinava al Politeismo, come si era ridotto ad essere nel Neoplatonismo e nei Misteri, al punto di poter dire che ne era una copia, e credette di poterlo abolire, sostituendogli la filosofia di Plotino e di Giamblico e i riti dei Misteri, a cui quella filosofia serviva di base, aggiungendovi, come un cemento che tenesse insieme l'edificio, l'istituzione di una gerarchia sacerdotale, la quale riproducesse, con più puri costumi, la gerarchia della Chiesa Cristiana. E così quel giovane entusiasta ed illuso s'imaginava che avrebbe salvato l'Ellenismo, con la sua civiltà, le sue glorie, le sue tradizioni, la sua poesia, le sue arti!
Giuliano non sentiva che al suo Politeismo riformato mancava ciò che formava la forza del Cristianesimo e che gli dava la possibilità di vivere e di diventar sempre più potente, anche quando il suo riconoscimento ufficiale e la sua trasformazione in un potere dello Stato, gli avevano tolto intieramente quel carattere di protesta contro le iniquità del mondo che era stato la fonte genuina del fascino da lui esercitato al suo primo apparire. Il mondo aveva bisogno di [pg!503] credere in un Dio; non era possibile che si appagasse di larve, di simboli, di ombre metafisiche; voleva un Dio, diremo così, storico, che gli fosse imagine, rappresentanza, garanzia del Potere supremo che regge l'universo. Se il Dio ebraico non fosse stato un Dio esclusivamente nazionale e, sopratutto, se non ci fosse stato l'ostacolo insuperabile della circoncisione, forse, il mondo si sarebbe convertito a lui, e Gesù sarebbe stato propriamente il Messia di Jahve. Non essendo questo possibile, il Dio ebraico, per passare in Occidente, ha dovuto ellenizzarsi, facendo assidere presso di sè il suo rivelatore, che diventava un figlio ed, insieme, un intermediario fra lui ed il mondo. La grande forza del Cristianesimo si trovò nel fatto che la realtà di quel procedimento vi era assicurata, garantita dalla storicità oggettiva della persona di Gesù. Il mondo aveva in Gesù una rappresentazione divina, determinata, precisa, ammirabile, amabile per eccellenza, e della sua esistenza reale non era possibile dubitare. La navicella della fede, sbattuta dalle onde dei cozzanti sistemi filosofici, aveva trovato il porto in cui ancorarsi stabilmente. Quali fossero gli involucri teologici con cui si gravava e si nascondeva quella figura divina, quali fossero anche i traviamenti a cui le passioni, i pregiudizi, gli errori degli uomini trascinavano i principi essenziali del suo insegnamento, il Dio rimaneva sempre vivente ed esercitava sulle anime un'attrattiva irresistibile. Si pongano a confronto gli inni infiammati d'amore che S. Agostino innalza a Dio nelle sue Confessioni con le invocazioni di Giuliano al Sole ed alla Madre degli Dei e subito si sente come il Cristiano vivesse nella verità del sentimento, e quanto sforzo ragionato entrasse, invece, nell'entusiasmo fittizio del Pagano. Così noi abbiamo visto [pg!504] come Giuliano s'irritasse pel culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei santi e dei martiri. Ma è chiaro che la memoria di coloro che col sangue avevano testimoniato della loro fede doveva imprimere un continuo eccitamento all'ardore della fede, e sollevare facilmente all'ideale appunto perchè posava sulla realtà. Quale efficacia potevano mai avere, davanti a queste imagini, davanti al Cristo che era vissuto in un momento storico, che aveva rivelate promesse divine con un linguaggio umano e comprensibile da tutti, i pallidi e confusi fantasmi che Giuliano evocava, dai tenebrosi santuari dei Misteri, e dalle mistiche elucubrazioni dei filosofi neoplatonici? Se Giuliano fosse stato uno spirito veramente religioso, uno spirito in cui la sete del divino fosse stata prevalente, avrebbe tosto sentito come il duello da lui promosso fra il dio Sole ed il Cristo fosse senza speranza pel suo dio astrale, costretto a cedere il campo, anzi, a svanire in faccia all'Uomo-dio che lo affrontava nella pienezza della sua realtà.
Giuliano, da vero neoplatonico, non comprese, non sentì dove fosse propriamente la forza del Cristianesimo, quale fosse la causa essenziale che gli aveva data una così meravigliosa vittoria sulle potenze del mondo. Questa forza e questa causa vanno cercate nel principio di redenzione di cui il Cristianesimo era il nunzio desiderato. Il Cristianesimo era una religione pessimista nel senso che poneva il male come un fatto inerente al mondo ed all'umanità, ma insegnava, insieme, a redimersene, a sollevare lo sguardo, le speranze, le aspettazioni dall'iniquità della terra alla giustizia, al perdono, alla felicità del cielo. Una religione non può essere veramente efficace sull'anima umana, se non parte da un concetto pessimista. Quando il mondo appare come un male, l'anima umana si attacca [pg!505] con passione alla promessa di un oltretomba felice. La fede nella promessa le ispira la devozione, l'eroismo, l'abbandono di tutta sè stessa alla gioia del sacrifizio, all'ascetica voluttà dell'amore divino. Il concetto ottimista uccide la religione, le toglie la sua radice più profonda, la riduce a cerimonie festose, a riti formali da cui l'anima è assente. Certo, un pensatore sublime, come Plotino, potrà, dalla contemplazione di un universo perfetto, assurgere all'estatica visione di Dio, ma la moltitudine non sa seguirlo, e rimane avvinta alle preoccupazioni di una lieta mondanità.
Giuliano non seppe comprendere che il Cristianesimo era forte perchè era la religione degli infelici, la religione della sventura e del pentimento: non seppe penetrare nel concetto della redenzione che ne era la pietra angolare. Il logos Cristo poteva trovare dei rivali nei numi simbolici del Neoplatonismo, ma il Cristo redentore vinceva tutto e tutti, e si trascinava dietro le anime, sitibonde di palingenesi morale, con una forza d'attrazione a cui nulla poteva resistere.
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Giuliano non era un reazionario come alcuni, sopra false apparenze, lo vollero giudicare. Giuliano desiderava la conservazione del Politeismo, perchè vi vedeva il balsamo che avrebbe salvato l'Ellenismo; ma non voleva il Politeismo col significato naturalistico o con le forme nazionali di un tempo chiuso per sempre. Voleva riformarlo, organizzarlo a seconda delle esigenze dei tempi nuovi. Ma, se Giuliano non era un reazionario, egli era però nell'antitesi più recisa con quel che oggi si chiama il libero pensiero. In questo egli era davvero l'uomo del suo tempo. Aveva un'inclinazione [pg!506] alle speculazioni metafisiche, ma aveva la negazione dello spirito scientifico. Nessuno ha più di lui riconosciuta la necessità dell'intervento continuo, diretto della divinità in ogni fenomeno della natura, in ogni avvenimento della vita. La superstizione pagana da lui rimessa in onore era assai più furiosa ed oscura della superstizione cristiana. Forse il politeismo di Giuliano, se per un'ipotesi impossibile, fosse stato vittorioso, sarebbe riuscito meno funesto alla scienza del monoteismo cristiano, perchè la teocrazia politeista non avrebbe mai raggiunto il rigore della teocrazia ortodossa che, per secoli, ha governato il mondo e fermato il pensiero dell'uomo. Ma, certo, punto non entrava nelle intenzioni di Giuliano di promuovere la libertà del pensiero. Giuliano non aveva, come, del resto, non l'avevano i suoi maestri neoplatonici, nessun sentore di ciò che fosse la scienza. Nè Epicuro, nè Lucrezio, e nemmeno Aristotele erano gli autori di Giuliano. Il razionalismo serviva a Giuliano, come aveva servito a Platone, a Plotino, e come doveva servire a S. Agostino ed a S. Tomaso, non ad altro che ad affermare il soprarazionale e il soprannaturale, ed a rinchiudere in tale affermazione il pensiero dell'uomo, senza lasciargli uscita possibile per osservare il mondo e conoscere la realtà. La civiltà antica declinava e si spegneva, tanto nel Neoplatonismo quanto nel Cristianesimo, nella rinuncia alla ragione. Non restavano che l'uomo in terra con le sue passioni, il trascendente in cielo con la sua inaccessibilità. Fra i due termini estremi, tenebre impenetrabili.
Così considerato, il tentativo di Giuliano ci appare privo di ogni geniale novità. Giuliano non era uno spirito inventore. Egli credeva di poter salvare la civiltà antica, serbandone vive le forme esterne, tenendo [pg!507] in piedi tutto l'apparato di istituzioni religiose che ne avevano accompagnato lo svolgimento, in cui era raccolta tanta parte delle sue memorie, delle sue tradizioni, delle sue abitudini. Ma egli non sapeva che, se il Cristianesimo affrettava il dissolvimento dell'antica civiltà, questa sarebbe, in ogni modo, caduta, perchè le mancava il principio essenziale del progresso, e quindi non poteva riparare le perdite che il tempo reca a qualsiasi organismo; era diventata decrepita, aveva perduta ogni forza vitale, non poteva resistere alla barbarie che si avanzava giovanile e baldanzosa.
Il principio essenziale del progresso è la scienza, non la scienza di ipotesi e di fantastiche concezioni metafisiche, ma la scienza oggettiva che scopre e segue il processo razionale da cui è determinata la fenomenalità della natura. L'uomo, mercè la sua facoltà d'astrazione, ricrea idealmente, nel suo pensiero, l'universo, rappresentandolo in una serie di cause e di effetti che si svolge nello spazio e nel tempo. Ed in tale rappresentazione ideale si determina la vita dell'individuo e della società. Ora, quando quella rappresentazione è illusoria e fallace — e non può non esser tale quando non è che il frutto di una ragione che si nutre di sè stessa — ne viene una determinazione della vita necessariamente errata ed incapace di miglioramento, che vuol dire di progresso, perchè, senza conoscenza oggettiva, il vero rimane nascosto. La concezione antropocentrica dell'universo e la concezione antropomorfica della divinità, imaginata come un Potere, posto all'infuori e al disopra della natura e dell'umanità che esso regge con un arbitrio assoluto, posano sopra un'illusione della mente umana, e immobilizzano la vita in una rete d'errori nei quali quanto più cerca di districarsi e tanto più si avvolge.
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