«Ahi! che un'alma sì bella a sì serena
Non poteva a un mortale esser largita!»
Giuseppe De Spuches.
I.
«Senza ire e senza declamazioni pongo finalmente l'ultima parola a questo mio lavoro sulla filosofia di Fausto Socino. La quale diè gran fama al pensatore toscano; e perchè codesta fu trascinata nel fango ed invilita, ben si voleva oggi ringiovanirla e ristaurarla; oggi in cui liberi asserti si proclamano ed al vero si dà l'omaggio di franca sentenza. Cassati i veti, spezzati i vincoli, srugginita la discussione, era pur dignitoso il ritorno alle glorie obliate; rivendicatori della sapienza avita noi dobbiamo rizzarne le statue e svelarne gli arcani filosofemi. Filosofia è oggi verità, e sta bene che si affretti il riscatto collo studio del passato e coll'analisi dell'indagini prime. Anche la nuova scienza ha pritanei, ed a quella guisa che l'astronomo fissa acuto lo sguardo nella stella più remota, è ben d'uopo che gli odierni pensatori esaminino i ruderi dell'intelletto: Cuvier ristorò la storia antidiluviana sulle orme di pochi avanzi animali: la scienza non è dessa immarcescibile, eterna?
«Il popolo, questo sventurato fanciullo che uomini e cose congiurano a sperdere ed abbrutire, bamboleggiò sempre sotto il giogo dei forti e degl'immutabili, ed a nulla giovò che di tratto in tratto alcuni robusti infrangessero le ritorte e gli gridassero: Sorgi e cammina. Prigioniero di fede accettata perchè poetica, veneratore d'idoli dorati, seguace di banditori ciechi e servi; egli derise e peggio lapidò i nuovi apostoli, i soldati della nuova civiltà; stizzì perchè lo si scuoteva, precipitò nel sepolcro chi lo voleva vivo. Eppure quelle vittime dell'insano furore erano illustri, or son martiri; e ieri stracciato l'amaranto che immalinconiva le lor tombe, colle fronde del giovine alloro se ne compose la corona e la si adagiò sul cippo funerale. Tarda ma dovuta espiazione, rendimento di grazie postumo perocchè prima negato, tributo imperituro di riverenza. Lo sposo alla fidanzata ancor lontana, ma attesa, prepara il velo e le rose; noi, alla ragione (non risorta perchè non mai morta, ma rionorata e tornata al trionfo) intessiamo la cerchiata coi fiori più belli spiccati dai gambi più alti.
«Quattro anni or sono, salpavo dal Giarciore e raggiunta Genova attraversavo i piani del Monferrato e del Novarese e per le Alpi scendevo in Elvezia. A Zurigo, nel panteon delle glorie repubblicane, vidi eretto il sepolcro dei Socini, e perchè meravigliavo di veder serbate in terra straniera le ceneri dei negatori italiani, il vecchio grigione che mi era compagno sussurrò: «Ovunque, in ogni tempo, sempre, le ossa dei martiri sono sacre.» Allora non avevo rifiutata la credenza dalla povera madre insegnatami, epperò rimasi spaurito dalle parole della guida e tremai. Oggi non tremo più, ho pensato, ho riflettuto e mi son convinto; non ho più nè fede nè dubbio, ragiono: eccomi adunque a deporre sul mausoleo di Socino l'omaggio della verità. Da questo sconosciuto Pozzallo s'innalzi, una volta, l'inno di lode al poeta della filosofia; il mio inno, solcato il mare, volerà in Siena a baciarvi la culla del sommo estinto, varcherà le montagne e i monti, e là sulla riva del lago scenderà a gridare Alleluia!—Per te si veggia, come la vegg'io!»
II.
—Ebbene, Polo, avete finito?
—Dottor Cipriano, sì. E ne son contento. Ho resa giustizia al mio
Socino, e la gioventù che studia ed onora me ne sarà grata.
—Il vostro lavoro è serio e n'avrete applausi. Molta dottrina e molto coraggio vi spiegaste. Al vecchio amico dei Brancato negherete che faccia lieti augurii allo scolaro?
—Maestro, grazie. Gli elogi vostri mi animano e mi fortificano.
Grazie davvero, dottor Cipriano!