Vasta scena s'apriva dinanzi e lontano lontano il mare si confondeva col cielo serrando in armonico cilestre l'orizzonte dell'isola. Quell'ampia e levigata superficie delle acque era calma, e lunghi ma incerti raggi di sole screziavano qua e là le placide onde distese dalla costiera a Gozzo e da Malta al dilungato lido africano. Nessuna vela ne rompeva anco dai lati la monotona solitudine, sola una striscia ben sottile di fumo lasciava supporre che un piroscafo costeggiasse la nebbiata Calabria, L'azzurro dell'atmosfera, non segato da nuvoloni, era però ad oriente arrossato dai riflessi lucenti, i quali dipingevano in stupendi colori e con bizzarra dissonanza quell'angolo del poetico quadro. L'aria non agitata da venti, era ristorata dalla leggiera brezza della sera di settembre.

Sta Pozzallo alle falde delle leggiadre montagne che dai picchi del Mongibello scendono in leggiero pendio sino al Passaro ed alla sua destra scorre e si getta in mare il fiumicello Scicli che sbucato dalla deserta valletta d'Empedocle tocca Modica e feconda le praterie del Giarciore e di Donnalucata. Dalla punta di Magaluco a porto Longobardo, cioè dal faro più meridionale ai declivii del fiume Ragusa, piccoli seni e piccoli capi s'incatenano e s'intrecciano con bellissima vaghezza; levando poi lo sguardo su su verso i monti appaiono, prima campi irrigati e pascoli, indi colline boscose e smaltate da cascinali e abituri, in fondo colli, più in là i dirupi dell'ultima catena d'Apennino. E in mezzo allo squallido grigio delle roccie torreggia l'annerito castello di Modica, il quale (a guisa dell'aquila che dalla cima della quercia spazia coi torvi occhi il piano sottostante) edificato sull'altura protegge la città raggruppata alle falde e sembra minacci anco da lontano l'invasore. Da Magaluco e da Longobardo lo si scorge ritto frammezzo alle immobili pietre del monte.

Polo contemplò lunga pezza questa scena, ma intanto la notte era calata e denso velo ricoprì tutti gli oggetti. Si ritrasse adunque dal balcone, serrò le vetriate e scese nel salotto. Sedette allo scrittoio, aperse il manoscritto, e sfogliando s'arrestò senza averne intenzione alla pagina che così chiudeva:

«Il fine della virtù, ha detto lo storico Cuoco, è la felicità. Questa, equilibrio tra desideri e forze, e perciò soddisfazione dei bisogni, non si ottiene che colla libertà, la quale per essere essa stessa necessaria vuolsi ottenere ad ogni costo, con tutti i modi razionali che stanno nel potere delle moltitudini. Il buon uso della libertà genera l'ordine, con cui ogni sistema d'organamento regge e lavora. Ma ogni culto ha i suoi sacerdoti, la libertà ha i suoi altari, e infiniti cadranno o fiaccati o spenti appiè del gonfalone di costei. L'agnello, quando la patria corre pericolo, diventa leone: allora (così il mansueto Pellico) combatte e vince, o muore!»

Una lagrima di melanconico entusiasmo spuntò sulle palpebre di Polo, e per non piangere lasciò il libro e se n'andò.

III.

Spuntava appena l'alba del dì susseguente al colloquio di Polo col dottor Cipriano, che una tartana, la quale nella notte aveva viaggiato dal Capo Scalambro a Pozzallo, sbarcava al Giarciore un giovane sconosciuto. Posto piede a terra, costui traguardò lungo il sentiero se qualcuno apparisse, e rassicurato, a celeri passi s'addentrò salendo di gran lena la costa. Taciturno e tutto incappucciato nessuno l'avrebbe potuto ravvisare; il solo camminar frettoloso attestava ch'egli era vivo, ma nel cervello infiniti pensieri gli s'affollavano l'un all'altro avversi e nemici. Raggiunto il piazzale del paese, mosse verso il palazzo Brancato, e battuti tre colpi alla porta stette sospeso ad aspettare. Poco dopo rimbombò nel silenzio dell'atrio il calpestìo di alcuno che accorreva e il cigolare dei chiavistelli risuscitò in petto al giovane l'ansia tormentosa del dubbio; nel vano dell'apertura si mostrò un altr'uomo, e fatto cenno colla mano che s'accostasse, sussurrò:

—Siete voi, Luchino?

—Sì, Polo mio!

S'abbracciarono, e stretti in quel commovente amplesso passarono il portico ed entrarono nella sala. Luchino gettò a terra cappello e pastrano, si lasciò cadere in una seggiola e disse: