Così scriveva il dottor Cipriano a personaggio autorevole nell'Ateneo di Catania, e nel chiuder siffatta lettera delatrice uno strano sorriso gli sfiorava le labbra. Suggellò il foglio, scosse il campanello e al chiamato lo consegnò dicendo:

—Mettila subito in posta.

—Sarà fatto… il Collegio è raccolto… si aspetta Vossignoria.

—Vado, vado. Quella lettera a destino.

Passeggiò a lunghi passi la camera e con foga irrompente ripetè a sè stesso i concetti dello scritto. Gli brillava in viso la soddisfazione, aveva più largo il respiro, e quasi per istinto batteva le mani. Alla fine, bruscamente fermandosi nel mezzo dello studio, alzò la voce e pronunziò:

—Figliuolo di Matteo Brancato… difensore della ragione… rivendicatore di Fausto Socino… a noi due!

E mosse per uscire. Ma nell'atto di passar la soglia, alzò in contegno supplice lo sguardo e balbettò:

—Vittoria o sconfitta?

Scosse lentamente il capo, sogghignò e disse:

—Cipriano, trionferai!