La vasta sala, nella quale il Collegio era radunato, sfarzosa per ricco addobbo e per superba architettura di quel Paolo Labisi che e in Roma e in Napoli e in Messina e persino nel Messico lasciò egregia fama, ricorda a coloro che la visitano i più gridati fatti della storia siciliana. Là entro raccolsero il popolo a comizio i principi saraceni, il conte Ruggiero, alcuni Svevi; là arringarono Carlo Angioino e gli ammiragli d'Aragona; là l'ambasciatore di Carlo V impose alla valle ubbidienza e fedeltà; là Filippo I e uno scudiero d'Amedeo promisero pace e protezione alla contea; là poetò il netino Marrasio; là Pietro Pipi scrisse il libro sull'incendio dell'Etna; là Sinatra dettò le regole dell'Accademia e Antonino Tedeschi raccolse con pazienza d'erudito le memorie della città, state poi poco dopo la sua morte disperse dagli ignorantissimi eredi; là entro sempre si tenne vivo il pensiero della libertà, il desiderio di civile ristauro. Tele di rinomato pennello ne ornano le ampie pareti ed accanto al seggio del preside s'erge in bianco marmo l'effigie venerata del fondatore.

I soci (ben trenta) erano sparsi a gruppi in essa, e fra ciarle e ragionamenti attendevano la venuta di Cipriano. In un cerchio di otto o dieci ascoltatori stavano Polo e Luchino, affannati a render conto a quegli amici dei moti preparati e delle fila tese e annodate.

—Credetemi—diceva Polo,—la nostra è causa giusta, e vinceremo. È guerra non di conquista ma di filosofia. Questi avanzi del passato, queste cassandre del risorgimento, devono cadere e cadranno. Tanti strazi, tanti patimenti sopportati, tanti studi, tante veglie sostenute, non hanno ad aver compenso? Innumerata schiera di pensatori agitò, discusse, svolse questi giganteschi problemi… e le sudate fatiche di tanti onorandi non avranno scopo? La civiltà, il benessere delle moltitudini, il volo dell'intelletto, sono fieramente osteggiati… sì, eziandio traditi e venduti!… in quella storica terra sventurata… e noi lascieremo che il Tevere bagni più a lungo i campi e le lande di italiani schiavi? Credetemi, amici, non possiamo, non dobbiamo, non vincere… o che la ragione non debbe alla fine trionfare? e la ragione non è la verità?

—Ben diceste, o Polo—esclamò preso da entusiasmo Luchino.

—Ben diceste: la libertà di Roma sarà libertà delle nazioni: cacciato il falco i passeri lasciano il nido e gioiosi svolazzano.

—Luchino, Luchino, il vostro augurio è felice, e tale lo desidero alla patria. La ragione, svincolata e vittrice, segnerà il rifiorimento d'Italia.

—E intanto?

—Intanto? aiutiamo colle braccia il lavoro della mente… siamo soldati per essere utili, ed appena il segnale della battaglia sia dato io volerò a serrarmi nelle fila dei più arditi.

—Vi seguirò, Polo. Dovessi segnarmi la morte! Luchino rimarrebbe solo, umiliato, mentre gli amici combattono?

—E muoiono! Sì, perocchè morrei prima di ceder l'arme!