—Siete pronti?—disse subito Luchino.

—Eccoci. Partiremo presto?

—A minuti la carrozza sarà in piazza.

Pericle e Ciro, senz'altro, raccolsero la pistola e la valigia, e spalancato l'uscio discesero. Luchino, disse addio collo sguardo alle nude ma care pareti della cameretta, intascò il fascio, e fatto cenno ai tre che precedessero, passò la soglia e chiuse. Poco dopo i sei viaggiatori da una scura callaja sbucavano sul foro del castello.

Un montanaro s'avvicinò a Luchino e senza mover parola gli additò la carrozza pronta nel lato più remoto della piazza. Già cadevano le prime gocciolone e il cielo scuro scuro non dava modo di scorgere gli oggetti circostanti. Il framassone rispose con un segno misterioso di mano allo sconosciuto e raggiunta la vettura pregò gli amici a salirvi. Questi adagiati, trasse dalla tasca le lettere, e consegnolle all'uomo cui alzando in viso lo sguardo disse:

—Pincio, queste lettere le affido a te. Sono importanti, e lo smarrimento di una sola di esse rovinerebbe il lavoro… abbine quindi massima cura e presto inviale a destino.

—Non temete, cugino. So bene che gravi ragioni stanno contenute in queste carte. Me ne avvisò appunto stamane Polo Brancato.

—Queste lettere sono sue.

—Sapevo.

—Quasi tutte sono indirizzate a Palermo. Qualcuna è per Trapani… poche a Catania. Pincio, addio!