—Per voi, duca!
Ed un lampo sinistro brillò negli occhi di Giaracà.
Il duca lo comprese e rispose a quello con uno sguardo di gioia feroce.
—Cipriano, ricordatevi del 14 aprile!
VIII.
Suonavano dalla torre di Pozzallo le prime ore del mattino, che Polo apriva il cancello del palazzo e scendeva al mare.
Qualche cosa di greve e pesante minacciava non lontana la tempesta. Non una foglia, non un filo dell'erba s'agitavano; i pochi uccelli che là e qui volavano sparsi sull'ampia faccia del mare quasi presaghi di prossimo uragano, piegavano l'ali e calavano a nascondersi fra i cespugli e le grotte della ripa; le acque immobili ti davano immagine di specchio ben lisciato; nuvolaglia bigia e opaca sorgeva lenta lenta sull'orizzonte e vagava incerta e spezzata per la volta cerulea. Deboli raggi di luce annunziavano che il sole compariva e quei raggi rifratti dalle nubi si riflettevano nell'onde, le quali così variegate simulavano i colori dell'iride. Ogni gaiezza, in quel silenzio e quasi direi agonia della natura, affievoliva e cessava; indefinibile, cruccioso sconforto, avviliva l'animo e le sofferenze della vita ripigliavano in tanta atonia la molcita possanza.
I compagni l'attendevano ed appena lo viddero spuntare lungo l'argine gli corsero incontro facendogli festa. Ma Polo, pensieroso e mesto, non rispose col sorriso a quell'amichevole tripudio; anzi, stese loro le mani in atto d'affetto, esclamò:
—Non rallegriamoci, la partenza dalla terra natale è sempre dolorosa.
—È vero, Polo—rispose Ciro—è vero. Anche a me l'angoscia fa gruppo qui nel cuore…