—Col rispetto dovuto all'eccellentissima signora principessa, io non posso soffrire che il signor avvocato prosegua su questo tuono. Sappia il signor avvocato che io stesso sono incaricato della inquisitoria di questo processo, e a quest'ora ho già raccolti fatti tali da far dirizzare i capelli; ho un cumulo di prove, un arsenale di testimonianze, confessioni giudiziali e stragiudiziali, conquestioni, indizi probatori e amminicoli da far condannare due terzi di Roma. E se la clemenza del Sommo Pontefice non s'interponesse a quest'ora… a quest'ora… basta, non dico altro.
—Ignorava, riprese Leoni, che il signor giudice Marini fosse inquisitore di questo processo; ora tanto più sono desideroso di sostenere la parte di difensore, per quanto egli magnifica la gravità dell'accusa.
—Badi, signor avvocato, che la difesa criminale è un'arma a due tagli, e alle volte adoperandola si potrebbe insanguinare le mani.
—Quelli che riportano le mani insanguinate per solito sono gl'inquisitori…. e i carnefici!
Il giovane avvocato pronunziò codeste parole con tale un tuono sdegnoso, che il giudice si levò in piedi, pallido per la collera, esclamando:
—Signor avvocato!…
In buon punto giunse il servo della principessa, annunziando ad alta voce:
—Sua eccellenza monsignor Pagni.
XIV.
Il prelato e la principessa.