—Non a voi, signora, veramente, rispose Leoni, ma per intercessione vostra son certo di ottenere quanto bramo, poichè la cosa dipende da vostro cugino monsignor Pagni.

—L'eccellentissimo e reverendissimo monsignor Pagni! soggiunse a modo di correzione il giudice Marini, che stava intingendo il quinto biscotto nella sua tazza.

—Di che si tratta dunque? chiese la principessa all'avvocato.

—Sapete, o signora, rispose questi, che si sta facendo il processo contro coloro che hanno avuto parte nella insurrezione del mese passato. Sarà una causa importante, terribile. Ebbene, io ambisco l'onore di essere ammesso a difendere gli accusati principali.

—E ciò dipende da monsignor Pagni?

—Sì signora, poichè egli è uno dei membri più influenti del Supremo
Tribunale della Sacra Consulta.

—Siete ambizioso, avvocato; cercate la via di farvi un nome.

—No signora. Non è per ambizione che io domando che mi sia affidata questa missione difficile e pericolosa, ma perchè nell'intimo del cuore sono convinto che quegli accusati non sono così rei come si vorrebbe far credere. No, non sono malfattori prezzolati quelli che impugnarono le armi nei giorni della rivolta; saranno stati ribelli, traviati, colpevoli, se volete; saranno caduti nell'errore, nel delitto anche, ma ciò che li spingeva era un'idea nobile e generosa; e non dovrebbero condannarli coloro che sostengono che il fine giustifica i mezzi!

L'avvocato aveva pronunziate queste ultime parole (colle quali alludeva chiaramente alla setta gesuitica) con una tinta finissima di sarcasmo, lanciando insieme un'occhiata significante all'indirizzo del giudice Marini.

Questi raccolse la sfida contenuta in quello sguardo, e prese a parlare così: