—Sapete, o signora, rispose Leoni, che io non frequento le sale
dell'aristocrazia.

—Convien dire adunque, soggiunse la principessa, che vi conduca qualche cosa di straordinario.

—Non lo nego, o signora, rispose Leoni. Io son venuto a trovarvi colla speranza di ottenere una grazia, ma una grazia di tal natura, che son certo mi perdonerete di essere venuto per questo motivo.

Un servo entrò, recando la guantiera colle tazze di cioccolata e coi biscottini, e servì la principessa, e i due signori.

—Oh squisita! esclamò il giudice processante, dopo ch'ebbe intinto un biscottino nella sua tazza.

—Ma se non l'avete ancora assaggiata! disse la signora.

—Non importa; a me basta vedere la cioccolata per giudicarla. Questa è propriamente una cioccolata alla gesuita.

—Alla gesuita! ma voi ci spaventate, signor giudice, disse ridendo
Leoni.

—Non vi spaventate, signor avvocato, continuò Marini. Si chiama una cioccolata alla gesuita quella, nella quale, immerso il biscottino, rimane diritto come un palo confitto in terra, senza piegare nè da un lato, nè dall'altro. Tale è la cioccolata che io prendo nella sagrestia di Sant'Ignazio, nella prima domenica d'ogni mese, dopo aver fatta la santa comunione.

—Dunque, soggiunse la principessa, volgendosi all'avvocato Leoni, dicevate che avete da chiedermi qualche cosa; dite pure: vi ascolto.