Monsignor Pagni, che noi incontrammo vestito da secolare nella povera casa di Giuseppe Monti, era in quella mattina abbigliato con tutta quanta la civetteria prelatizia. Dalla chioma leggiadramente azzimata intorno alla chierica fino alle scarpette da damigella, tutto era in lui accurato e lindo; l'abito dal taglio elegante, la mantelletta paonazza, finamente pieghettata, le calze di seta, il cappello coi fiocchi lucenti, ogni cosa rappresentava il lusso ecclesiastico in tutta la sua pompa.

Marini e Leoni si alzarono in piedi, al primo presentarsi di monsignore.

Il giudice si profuse in inchini, esclamando più volte:

—Eccellenza reverendissima!

Il prelato si avanzò con passo ardito e disinvolto; fece passando un leggero cenno della testa in risposta al saluto dei due signori, poi venuto innanzi alla principessa, le baciò la mano con galanteria, e le disse familiaramente:

—Bella cugina, come va?

—Bene, monsignore, rispose essa. Accomodatevi. Abbiamo appunto bisogno di voi.

Il prelato sedè vicino alla signora. Marini andò per baciargli la mano; egli fece un gesto di rifiuto.

—Avete bisogno di me! esclamò monsignor Pagni. Me fortunato! È una buona sorte trovarmi nel caso di poter servire in qualche cosa la mia amabile cugina.

—L'avvocato Leoni, che io vi presento, disse la principessa (Leoni fece un leggero inchino) bramerebbe di ottenere una grazia da voi, monsignore. Ed io ve la chiedo per lui.