Stretto da nuove insistenze, e suggestioni, Monti raccontò il fatto della mina in tutta la parte che lo riguardava, tacendo assolutamente quanto avevano operato i suoi compagni, guardandosi bene dal pronunziare il loro nome.
Per tal modo il giudice non era soddisfatto del tutto, e mentre con premura dettava al cancelliere tutti i dettagli che potevano aggravare la posizione del Monti, dimostrava poi con un torcimento di bocca il malcontento che gli cagionavano le reticenze del medesimo confesso.
—Male, male, figliuolo! disse finalmente. Voi non volete salvare nè l'anima nè il corpo; non volete dir tutto!
—Io ho detto tutto, e ora condannatemi, se volete, disse Giuseppe
Monti in atto di suprema rassegnazione.
—Ma voi aveste dei compagni nella esecuzione del nero misfatto, e di questi non avete parlato. Perchè la vostra confessione possa ritenersi piena ed intera, voi dovete accennare alla giustizia i nomi di tutti quanti i vostri complici, coadjutori, mandanti, correi e fautori.
—Signor giudice, proruppe Monti passando dall'umiliazione allo sdegno, io posso confessare le mie azioni, ma non quelle degli altri. Se così facessi, io mi renderei un vil delatore!
—Ma io vi prevengo, figlio caro, che la vostra confessione non può valer nulla, proprio nulla, vedete, se non è piena ed intera; e, come vi ho detto, non può chiamarsi tale se non dite anche i nomi dei vostri compagni.
—Questi io non li dirò mai.
—In tal caso, me ne duole nel cuore, ma voi rimanete esposto a tutto il rigore della legge. Pensate alla moglie e ai figli!
—No! esclamò Monti; l'amore che io porto ai figli e alla moglie non mi farà mai diventare una spia! Morirò sul patibolo, se occorre, ma non mi farò mai il denunciatore de' miei fratelli.