—No, non è una tresca impudica che mi lega al giovane scultore; è l'amore il più puro, il più santo; è l'amore di madre!… Sì, io sono la madre di Curzio Ventura!… E, se non basta, sappiate ch'egli ha vent'anni, ch'egli è nato dopo che voi mi abbandonaste indegnamente al rimorso e all'infamia. M'intendete, o signore?

Monsignor Pagni, colpito profondamente da quelle parole, guardò fisso la principessa; lesse ne' suoi occhi smarriti l'espressione del vero; volse lo sguardo dalla parte ov'era Curzio tutto tacito e concentrato, esclamò:

—Egli è mio…

—Tacete! gl'impose essa con un gesto eloquente.

Il prelato la rassicurò con un cenno della mano; poi si avvicinò al giovane, guardandolo con tutta l'espressione dell'affetto.

Curzio all'appressarsi del monsignore si arretrò alquanto, e lo fissò con quell'occhiata di schifo e di diffidenza, che suol volgersi ad un rettile velenoso.

Il prelato si arrestò, curvò la testa, rimase un istante in silenzio, poi voltosi alla principessa:

—Andate, signora, le disse; voi siete libera di partire.

Essa prese Curzio per mano, e traendolo seco, scese precipitosamente le scale, i cancelli della prigione si aprivano l'uno dopo l'altro innanzi allo scritto di monsignor Pagni.

Giunta che fu sulla strada, la principessa trovò Maria Tognetti, che impaziente di abbracciare suo figlio, era scesa dalla carrozza, e si era avvicinata alla porta della prigione.