Ma quando vide tornar vani tanti sforzi pertinaci; quando vide accolte con fredda indifferenza le sue disperate supplicazioni, e perdersi tutte le sue monete nelle ingorde mani degli uscieri e dei secondini, senza alcun frutto, e ch'essa non poteva nemmeno aver notizia dello stato di suo marito, e del suo destino, e che le era conteso perfino il conforto di vederlo una volta, di mescere con esso il pianto degl'infelici, allora la povera donna sentì lo scuoramento entrarle nel cuore, e venirle meno ogni forza. In quella febbrile attività dei primi giorni si era consumata tutta quanta la sua energia; essa cadde in uno stato terribile di prostrazione.
Frattanto le sue risorse pecuniarie erano mancate, avendo ella consunti tutt'i suoi risparmi in quegli inutili tentativi: e i suoi bambini avevano bisogno di pane. Fu allora che la buona Teresa divenne l'angelo tutelare della famiglia.
Anch'essa aveva un pensiero d'amore che si volgeva dolorosamente alle Carceri Nove; ch'essa era amante e fidanzata del giovane Tognetti; ma all'aspetto di quella immensa sventura, che aveva colpita la sua cugina Lucia, dimenticava gli affanni suoi proprii per dividere le pene atroci della moglie di Monti. E quando il coraggio di questa, giunto all'estremo, diè luogo a un cupo sconforto, essa pensò e provvide ai bisogni della famiglia.
Si diede a lavorare giorno e notte senza riposo, e per quella fatica continua, smagrito il bel corpo, ingiallite le guancie e incavati gli occhi, mutò in breve sembiante, meno avvenente agli sguardi, ma più eletta e divina pel cuore; chè nulla sublima la donna quanto l'esercizio della pietà, la più celeste fra le virtù.
Lucia voleva lavorare anch'essa, ma in quello stato di affralimento a mala pena poteva reggere l'ago, e troppo spesso il pianto le faceva velo agli occhi, ed il dolore le toglieva ogni senso di vita.
Allora la brava Teresa moltiplicava le sue forze, i suoi pensieri; assisteva la desolata, acquietava i bimbi, provvedeva il vitto, e trovava tempo da lavorare per tutti.
Quando Lucia riacquistò un poco di vigore, ricominciò le sue gite. Si recava al cancello delle Carceri Nove supplicando quei cerberi che le lasciassero almeno vedere in lontananza il marito, per assicurarsi ch'esso era in vita; correva di porta in porta dai giudici per impetrare la salvezza del prigioniero, e ritornava sempre più sconsolata.
Un giorno le fu indicato il palazzo di monsignor Pagni, siccome quello d'uno dei membri più potenti della Sacra Consulta, del supremo tribunale, dal quale dipendeva la causa di suo marito. Ed essa, poveretta, salì anche quelle scale, e chiese di monsignore.
Dapprima le fu negato l'ingresso, ma insistè e pianse tanto, che il suo nome fu annunziato al prelato. Subito dopo essa fa introdotta nel salotto elegante, dove monsignore dava udienza ai supplicanti, insultando quasi col suo fasto alla loro miseria.
Monsignor Pagni, vestito colla consueta ricercatezza, in sottana di seta paonazza, stava seduto, in atto di molle riposo, sopra un soffice seggiolone; nè all'aprirsi della porta si volse a guardare chi entrasse. La povera Lucia si avanzò trepidando, e non osava guardare in volto il prelato. Poi si fermò, e rimase in umile atteggiamento, aspettando di essere interrogata ma egli noncurante, non la guardava nemmeno.