In quel punto, un usciere si avvicinò a monsignor Pagni, annunziandogli che una vecchia aspettava nella sala delle udienze private, implorando la grazia di parlargli per un momento.

—Sta per incominciare la seduta. Non posso.

Così disse monsignore; poi parve che gli sopravvenisse un pensiero, che gli fece mutare risoluzione. Fe' cenno all'usciere di ristare; si accomiatò dal giudice processante e dall'avvocato, e si avviò verso la sala delle udienze private.

Una vecchia lo aspettava infatti.

—Avvicinatevi, buona donna, diss'egli, con finta benignità. Chi siete? che cosa volete da me?

—Io sono la madre di Tognetti, monsignore, e voglio giustizia, intendete, giustizia.

—Non vi mancherà, buona donna. Noi siamo qui appunto per rendere giustizia.

—Mio figlio è innocente, monsignore: egli non merita la morte! Eppure ho inteso a dire che la Sacra Consulta vuol condannarlo a morte! Mio figlio è stato arrestato, perchè difendeva un altro, nell'atto che i birri volevano arrestarlo, e quest'altro, monsignore, era Curzio Ventura. Ora perchè Curzio Ventura è salvo, e mio figlio è in procinto di essere condannato a morte? Mio figlio doveva essere liberato; io aveva ottenuto la promessa dalla principessa Rizzi, e per suo mezzo anche la vostra, monsignore. Perchè dunque egli è rimasto in prigione, perchè dev'essere condannato?

Il prelato taceva.

—Il perchè ve lo dirò io, continuò la povera madre furibonda: perchè in vece di mio figlio avete voluto far fuggire Curzio Ventura; perchè Curzio Ventura è vostro figlio!