—Che? esclamò Curzio. Che io lasci morire i miei fratelli, e che mi tenga vilmente in disparte! Voi mia madre mi consigliate una viltà. Ah! voi non siete romana!

—Io sono madre!

—Ebbene, armatevi di coraggio: vostro figlio sarà degno di voi.

La principessa, pure tremando per la vita del figlio, sentiva nel cuore la santa gioja dell'orgoglio materno.

Curzio fatto un supremo cenno d'addio, mosse verso la porta per partire.

Tutta l'angoscia della paura risorse nell'anima della madre, e con energico sforzo essa trattenne il figliuolo. Gli si parò dinanzi, e sclamò:

—Ah no! Io non ti lascio in quest'istante.

—È necessario! sclamò Curzio, e cercò di distoglierla dolcemente dalla resistenza.

Ne seguì una specie di lotta, piena di affanno, di lagrime, di amore. Da un lato combatteva la tenerezza materna: dall'altro un generoso proposto, in contrasto coll'affetto figliale.

In quella si aperse la porta, e un uomo di sinistra apparenza comparve sulla soglia.