Questi interrogò Pagni tremando.

—Sì! rispose questi con voce vibrante.

Mancava solo il voto del presidente.

L'istante era solenne.

I voti raccolti erano undici, sei pel , cinque pel no. Se il voto del presidente era pel , gl'inquisiti venivano condannati; se era pel no, si formava la parità de' sei voti contrarj co' sei favorevoli, e in tal caso essi erano salvi. La loro vita e la loro morte dipendevano dunque dal voto di monsignor Presidente.

Tutti gli sguardi dei prelati, tanto di quelli che avevano pronunciato il sì come degli altri che avevano detto no, si volsero a guardare quell'uomo, che con un monosillabo doveva decidere di due esistenze.

Un'antica consuetudine è in vigore nei tribunali romani. Quando dal voto del presidente, che è sempre l'ultimo a votare, dipende l'assoluzione o la condanna degli accusati, quel voto è sempre favorevole, specialmente se si tratta di pena capitale.

Ma la morte di Monti e di Tognetti era decretata prima ancora di quel giudizio. Ben lo sapeva il presidente, che dopo un istante di sospensione pronunciò la fatale parola: !

Così il risultato della votazione fu di sette e cinque no. Monti e Tognetti furono condannati a morte alla maggioranza di sette voci su dodici. Un voto contrario di meno li avrebbe salvati. Essi furono dunque dannati all'ultimo supplizio in forza di un solo voto, che fece traboccare la bilancia in loro danno.

Anche fra i prelati pontificj della Sacra Consulta ve ne furono cinque che credettero Monti e Tognetti immeritevoli di morte; eppure essi furono condannati alla ghigliottina!