Si trattava di procurare l'evasione di Curzio dalla fortezza, e per tal modo cagionare la sua perdita.
Il progetto piacque al principe Rizzi, il modo della esecuzione fu discusso a lungo fra lui e il suo satellite, e infine venne adottato e approvato in ogni sua parte.
Giano ricevè dal padrone una buona somma di monete, e partì.
Il principe fece ritorno nelle sale del ballo. Nella prima s'incontrò colla moglie: egli sorrise, e volse a lei uno sguardo trionfante. Essa ignorava la ragione di quel riso e di quell'occhiata, ma sentì un brivido correrle per tutto il corpo.
La sentenza del giorno innanzi, alla quale il governo annetteva grande importanza, formava il soggetto principale delle conversazioni, di mezzo alle danze e alle armonie musicali nella festa del palazzo Rizzi.
Il cardinale Rizzi era uno dei sanfedisti più arrabbiati, e nel sacro collegio dei cardinali faceva parte di quella, che potrebbe chiamarsi l'estrema sinistra, ossia il partito d'azione dei clericali, quel partito che con De Merode e Lamoricière condusse il governo del Papa all'attitudine bellicosa, e alla campagna delle Marche ed Umbria nel 1860.
Il suo consiglio era sempre pel contegno più energico, e pei mezzi più violenti. Nessuna transazione colle tendenze del secolo, nessuna moderazione nell'esercizio della sovranità ecclesiastica e temporale, la massima prepotenza sui sudditi, la massima severità contro i liberali; tali erano i suoi principj.
Non è a dire dunque s'egli approvasse di gran cuore la doppia condanna di morte che la Sacra Consulta aveva emanata nel giorno antecedente; se qualche cosa gli dispiaceva in quella sentenza si era che i capi consacrati alla morte invece di due non fossero almeno almeno due dozzine.
Egli dunque si congratulava con monsignor Pagni, che faceva parte del Supremo Tribunale, e mostrava la soddisfazione che sentiva, perchè (come egli diceva) i membri della Sacra Consulta si erano in quella occasione mostrati consci dei loro doveri, degni della fiducia che in essi aveva riposto il Santo Padre e il Governo.
Anche il giudice Marini, il neo-cavaliere dell'ordine Piano fu presentato a Sua Eminenza come una delle persone più benemerite in quel processo, dovendosi attribuire, come disse officiosamente monsignor Pagni, in gran parte al suo zelo, al suo acume, alla sua operosità lo splendido risultato della causa.